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#2  
18:07, 01 gennaio, 2004

Direi che cogli nel segno. Brad Pitt non lo voglio criticare, in "Seven" è splendido, ma effettivamente quando Gino disse "E' un pò un'americanata..." non aveva tutti i torti. O meglio: si doveva sapere in quale senso lo intendeva. Perchè il tuo tipo di lettura estetica è approfondito e giustissima a mio avviso. Eppure, ti giuro, non è quello che mi ha dato più fastidio. Oddio, non c'è niente che mi ha dato fastidio nel film, nemmeno la violenza portata agli eccessi che qualcuno ha condannato. Dico solo che non lo trovo del tutto riuscito. Ripeto: non ho letto il libro!!! Eppure non ho molti dubbi sul fatto che questo tipo di vicenda su pagine scritte possa funzionare. A mio parere su pellicola, così come ha deciso di indirizzarla Fincher, funziona fin lì. Bella storia che gli elementi dello sdoppiamento sono ravvisabili fin da prima; solo un coglione non disseminerebbe il film di indizi a sostegno della tesi finale. Tuttavia lo continuo a reputare un buon film, che non mi dispiacerebbe riguardare e che senza dubbio merita di essere visto da tutti. Indispensabile...forse no. Che Fincher abbia peccato di ubris?
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#1  
16:57, 01 gennaio, 2004

Clap clap. Pienamente d'accordo, ma difendo Fight Club. Non ho ancora letto il libro di Palahniuk (o come minkia si scrive), conto di farlo al più presto, fattostà che non ho trovato particolarmente sgradevole il punto di rottura della scoperta del doppio, o meglio: è sgradevole, ma lo giustifico. Il tema del "doppio" andava trasportato su pellicola, se no tanti saluti a Palahniuk, e non riesco a immaginare come avrebbe potuto Fincher gestire le cose diversamente. Tantopiù che, se hai visto il film 4 volte, avrai notato che gli indizi per capire come stanno le cose sono ovunque, ed è qui che secondo me siamo di fronte a uno dei pregi migliori del film: Fincher riesce a trasportarci nella visione schizofrenica del protagonista, disseminandoci di indizi sulla reale verità delle cose, che però, essendo troppo ancorati alle nostre certezze, non percepiamo. Il film diventa, da film di critica verso la società, specchio del disagio interiore di un uomo qualunque (tant'è che non ha un nome preciso): la critica è sempre presente, ma passa dagli effetti esterni e visibili a quelli interni e invisibili. Quando spunta fuori la storia del doppio, non è altro che il capitolo finale della "storia di formazione" di Ed Norton: ovvero, lo scontro finale tra l'essere reale e il suo alter-ego vincente, ciò che lui vorrebbe essere, dietro a cui si nasconde per non affrontare la realtà di sè stesso. E il senso di straniamento che noi proviamo, beh... non è simile al suo? Non ne siamo catturati anche se desideriamo che le cose non stiano davvero così? (Tra l'altro, secondo me, non è un caso che la degenerazione degli eventi (il progetto Mahyem) avvenga quando le due parti entrano in conflitto tra di loro, è la loro miscela esplosiva). Secondo me per apprezzare Fight Club bisogna guardarlo con l'ottica interna del soggetto in questione, non di quella dello spettatore esterno. Ma secondo me è difficile che ciò avvenga, perchè è un film che, indubbiamente, è capace di catturare e di favorire l'immedesimazione con il protagonista. In quest'ottica, a mio parere, si può giustificare lo straniamento conclusivo. La scena finale, in cui il protagonista tiene Marla per mano, quieto e sereno, di fronte alle certezze della società contemporanea che crollano, beh, scusa, proprio non capisco come fai a definirla vuota nell'economia del film: il protagonista ha finalmente sconfitto il suo alter-ego "in divenire" (cioè ciò che avrebbe voluto essere), ha imparato ad accettare sè stesso e a stabilire un rapporto di parità (le mani strette, ma anche il campo lungo aiuta a capirlo) e dialogo con l'alter-ego "complementare" (la donna)(ricordiamoci anche la sentenza di Brad Pitt sull'utilità di avere una donna al proprio fianco: altro indizio che gli eccessi di Tyler Durden sono stati sconfitti?), il velo di Maya del mondo, ovvero i palazzi, crollano, ma non c'è più titubanza, paura, solo serenità per il ritrovamento del proprio io perduto, forse mai avuto. Ok, la mia critica effettivamente forse prende più spunto da Palahniuk che non da Fincher, è vero. Però mi risulta che la trasposizione sia molto fedele, e quindi la sostengo. Ciò che mi dispiace di Fight Club non è come Fincher calibra gli avvenimenti: ma il fatto che sia una pellicola che risente del taglio hollywoodiano e gratuito di certe scene e inquadrature, e soprattutto che tutto, dagli interpreti alla produzione, sia stato girato in contrapposizione al messaggio del film. è facile denunciare il culto dell'immagine, del divismo, dell'apparenza, e poi con tutti i "piccoli" attori belli e bravi che ci sono per la parte di Tyler Durden vai a scritturare un Brad Pitt. Non è per attirare più pubblico, nooooooo.... Ho fatto un esempio su tanti, per carità, però, boh, non so, alla fine è impossibile non avere l'impressione che dietro sia tutto calcolato, è difficile credere che un film come Fight Club non sia ricoperto da strati e strati di ipocrisia. E allora, di questo film conserviamo il messaggio, ma il resto beh... puzza di ribellione formato-Limp Bizkit.
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