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Commenti
#17
01:33, 01 settembre, 2007
A proposito di quanto ha scritto Flora La Parda, nel primo commento, ho trovato una "imprecisione" che riguarda Ci spiace dover contraddire il giornalista Sergio Lepri che, nel suo pregevole “Piccolo glossario di lingua italiana” in Rete, scrive:
deragliare – Francesismo ormai entrato nell’uso italiano (ma i ferrovieri dicono "sviare" o "uscire dai binari"); è verbo intransitivo e vuole quindi l’ausiliare essere ("il treno è deragliato").
L’ausiliare ‘corretto’ di “deragliare” è ‘avere’: il treno HA deragliato.
Il verbo in questione, infatti, pur essendo intransitivo prende l’ausiliare avere e non essere perché indica un “moto fine a sé stesso".
E lo stesso ausiliare (avere) prendono i verbi "atterrare", "decollare" e "sbandare".
Fausto Raso
www.faustoraso.ilcannocchiale.it
Sergio Lepri. Riporto quanto ho scritto sul mio blog:
utente anonimo
#16
11:13, 29 aprile, 2007
mi scuso per la svista:
ripensare i criteri di valutazione riferiti all'importanza da attribuire a un corretto linguaggio.
Così è compiuto: parte del pensiero era rimasto nella mia testa. Me ne scuso.
lapardaflora
#15
11:06, 29 aprile, 2007
Concordo in pieno: quando mia figlia portava i temi da leggere a casa, in genere le segnalavo i segni rossi e blu che le avrei messo io, e che l'insegnante aveva ignorato. E ora è lei che mi racconta le imprecisioni degli insegnanti... non è stato un lavoro vano, quindi.
Il problema dell'insegnamento non è, IHMO, solo un problema relativo all'italiano, ma un disagio più diffuso: l'ora di religione dovrebbe essere un'ora nella quale si insegna storia delle religioni, il che sarebbe davvero utile, vista ormai la presenza praticamente in tutte le classi di bambini eragazzi non necessarimante cattolici, invece no, si fa catechismo!
Nell'ora di filosofia, non si fa storia del pensiero filosofico, ma il più delle volte, storia dell'opinione che il professore ha dei vari filosofi, a seconda della sua posizione ideologica e politica, e così via.
ICosì vedo ragazzini, in media, sempre più ignoranti e al contempo sempre più sbruffoni circa le proprie conoscenze.
Basta seguire qualche puntata di uno dei tanti programmi a quiz della fascia serale: docenti di scuola superiore, studenti universitari che cadono su domande di cultura generale, magari attinenti proprio alla loro materia, di una banalità desolante. Ora, io mi rendo conto che un popolo di ignoranti che blaterano è probabilmente comodo per qualcuno, ma - accidenti - che squallore!
Non getti la spugna, la prego: non sembri presuntuoso il paragone, ma quando le ultime voci libere e consapevoli di quanto stava accadendo nella realtà politica italiana decisero, come i senatori romani, di "ritirarsi sull'Aventino", disgustati da quanto vedevano accadere sotto i loro occhi, fu l'inizio della fine di un libero Parlamento.
Proprio in questi giorni sto leggendo un saggio sulle autobiografie, e su come, per le minoranze etniche, la presa di coscienza della propria identita, o della sottrazione della stessa, nei paesi coloniali, sia passata anche attraverso il linguaggio. Non facciamocelo portare via anche noi, da un mal costume che dovrà pure soccombere, prima o poi, proprio per la sua pochezza: quando si arriverà ai grugniti, immagino non ci si capirà più e occorrerà, o trovare una novella Circe, o ripensare seriamente i criteri di valutazione riferiti al linguaggio.
lapardaflora
#14
12:04, 28 aprile, 2007
Il "malessere" della lingua italiana (parlata e scritta) - dirò un luogo comune - va ricercato nel "malessere" della scuola. Oggi, con le varie riforme (giuste o non giuste) si è perso il "senso" dell'insegnamento. Una volta si riempivano pagine e pagine di quaderni con esercizi di analisi grammaticale e logica. Oggi non è piú cosí, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. A ciò si aggiunga la scarsissima professionalità (nel senso proprio del termine) di buona parte dei docenti. Sono trasalito nel sentire un insegnante di scuola media superiore dire ai suoi allievi che "qual è" si tronca solo con i sostantivi maschili: qual è il tuo libro? ma qual'è la tua penna? Traetene le conclusioni. io getto la spugna.
Fausto Raso
utente anonimo
#13
10:55, 28 aprile, 2007
Beh, è passato un bel po' da quando ho fatto il liceo, quindi immagino che a furia di riforme, le cose siano anche un po' cambiate, ma noi, ai nostri vetusti tempi
;-)
quante occasioni avevamo per scrivere? Quattro a quadrimestre, in occasione del compito scritto mensile, e così alle medie e, se la memoria non mi tradisce, alle elementari. E compiti molto diversi da quelle che poi saranno le caratteristiche dello scritto professionale, che in genere ha parecchi paletti da rispettare, banalmenete a partire dal numero di caratteri, per non parlar di scopo, messaggio più o meno sublimimnale che si vuole veicolare etc. Quindi direi che Declino ha perfettamente ragione a lagnarsi: è vero che esista una facoltà di scienza della comunicazione, e che dopo la laurea breve, è previsto un percorso dedicato a chi voglia insegnare, nel quale si auspica esista una maggior praticità, ma è inconcepibile che una persona esca da una laurea di lettere con una conoscenza solo teorica e spesso avvertita come fine a se stessa - cosa che non è mai, ma che evidenzia un chiaro fallimento nell'insegnamento.
Il sapere per sapere, penso sia lo svilimento più becero della cultura, quello che alimenta la marea di chacchiere che ci sommerge ogni giorno a partire dal tuttologo di turno e del quale, personalmente, sarei un po' stufa.
Penso che ci meritiamo tutti di meglio.
lapardaflora
#12
19:58, 27 aprile, 2007
Mi ricorda molto la sì detta discussione dell'appendix probi, (forse anche perché sto preparando un esame di Storia della lingua italiana). Anche io spesso leggo giornali ridendo, per quanto molto probabilmente la mia preparazione umanistica e linguistica non sia ancora completa.
Il fatto è che le stesse facoltà di lettere, offrono percorsi formativi che non 'formano' allo scrivere, offrendo curricula di preparazione non tecnico-costruttiva (come potrebbe essere quelli di Architettura) ma esclusivamente incentrati su una conoscenza assolutamente avulsa da significato pratico, ovvero fine a se stessa, io ritengo che a Lettere si esalti il sapere per sapere, non il sapere per saper fare.
Portando il mio esempio personale, tutto ciò che conosco riguardo la scrittura l'ho appreso senza nessuna indicazione da parte di docenti, neppure frequentando corsi universitari. Unica eccezione: laboratorio d'italiano scritto (6 miseri crediti annui nel mio curriculum già piuttosto 'modernista').
Declino
#11
19:20, 27 aprile, 2007
Ora, poche istituzioni sono più elastiche e rapide nell'adattarsi alla vitalità della lingua dell'Accademia della Crusca, e in effetti, ha ragione, molti idiotismi, o forme di italiano neo standard o di quello che lei definisce sub-standard e immagino corrisponda al mio italiano popolare (almeno, quando l'ho studiato io, questa era la denominazione) sono stati accettati nel linguaggio e anche nei dizionari, tuttavia qui non si tratta solo di scrivere sgrammaticato, ma anche di fallire lo scopo comunicativo. Ora, per esempio, non rispettare il giusto ordine grammaticale nella costruzione di una frase o di un periodo, soprattutto quando il lettore non conosca l'argomento del quale si parli, e quindi decodifichi il reale significato della frase con i soli strumenti grammaticali, e non con quelli logici, come invece accade spessissimo nella realtà, questo può creare distorsioni non indifferenti del messaggio. Per un po', per divertimento, mi ero messa a fare la raccolta di esempi tratti da giornali, ma ora non trovo la cartelletta dove li conservo: ma ricordo, per esempio, una relativa che non stava al suo posto giusto, vicino al suo soggetto, e quindi, grammaticalmente, faceva diventare una neonata padre ed erede della madre naturale!
Penso che ci siamo capiti.
Lo stesso ragionamento vale per il caso del DNA: se non fosse ovvio per chiunque che è lo sperma che colloca un soggetto maschile sulla scena, analisi del DNA a parte, e stessimo invece parlando di fisica quantistica, che corbellata ci starebbero ammannendo? Perché, dopo aver riso, il pensiero che viene è quello!
Anche il pressapochismo e la scarsa accuratezza nel gestire le notizie - pur nei tempi serrati di un quotidiano - non saranno errori di grammatica, ma errori professionali, per chi della comunicazione fa il suo lavoro, di certo sì. E inoltre gettano una luce fosca su qualsiasi cosa si legga senza poterla controllare, cosa che non giova all'immagine della professione, direi.
Infine, ho sempre trovato deleterio il principio dell'appiattire verso il basso gli standard, per adattarsi ai soggetti da raggiungere; se è non solo legittimo, ma doveroso, sforzarsi di essere più chiari in determinati contesti, questo modo di ragionare sta ormai dilagando un po' ovunque, coi bei risultati che vediamo. Nessuno pretende al di fuori di un saggio o una tesi di laurea un italiano standard, ma ormai già nelle tesi pare diventare difficile incontrarlo, e spesso sono le tesi dei futuri docenti che insegneranno l'italiano ai nostri figli... i quali fra l'altro con un saggio scritto in italiano standard prima o poi dovranno confrontarsi, ma siccome la scuola li sforna spesso impreparati a cotanto cimento, ecco che si cercano anche per l'università spesso testi sempre più semplici e facilmente approcciabili. Un serpente che si morde la coda, svilendo e penalizzando i soggetti più dotati, che è l'altra faccia della medaglia...
Perché pensa le università si siano inventate i laboratori di italiano professionale scritto? Principalmente, per potersi limitare a correggere nelle tesi solo i concetti espressi, non la forma usata per esprimerli.
lapardaflora
#10
15:01, 27 aprile, 2007
Il linguaggio è in costante mutamento, sarebbe come "combattere contro i mulini a vento" opporsi a questa tendenza. Il linguaggio dei blog, il linguaggio giornalistico, sono generi di scritto poco controllato, che conservano caratteristiche del sub-standard e del neostandard. Nel caso dei blog, questo spesso è dovuto ad una non chiara assimilazione delle regole grammaticali da parte degli scriventi che li redigono,e, anche per analfabetismo di ritorno. Nel secondo caso in vece, molto spesso, lo scrivere male, è dovuto a fini prettamente comunicativi. In ogni epoca, in ogni dove, affinché un messaggio fosse ben chiaro, la tendenza è stata quella di esprimerlo adottano il linguaggio più semplice e più vicino a quello delle grandi masse popolari. In Italia, più che in altri paesi, esiste un "conservatorismo linguistico". Bembo Docet.
Comunque, per quanto, anch'io auspicherei all'utilizzo d'un linguaggio più controllato nel campo dell'informazione, affinché questo sforzo di correttezza possa servire a fini educativi per chi (me compreso) spesso ha dubbi riguardo la nostra lingua, ormai mi sono arreso all'evidenza che ciò non è possibile, perché, per guadagnare attraverso l'informazione, o, ribadendo il concetto prima espresso, per far sì che la nostra voce giunga ad un numero più vasto possibile di orecchie, l'unica cosa da fare è scrivere male, assimilando e facendo nostri (pur storcendo il naso) quegli elementi che un parlante, o uno scrivente, appartenente ad una fascia diastratica bassa, riconosce in modo famigliare.
Cesare Marchi, in un suo libretto scriveva circa così (non ho il testo sotto-mano): "hanno dubbi riguardo la grammatica della nostra lingua persone d'altri paese che ogni giorno la studiano, figurimoci chi, pur essendo italiano, dopo le elementari non ha più aperto un libro di grammatica".
F.M.T.
Declino
#9
11:02, 27 aprile, 2007
Beh, e vogliamo parlare, così per cambiare, della consecutio temporum, e dello spericolato (per il lettore), uso delle relative?
Questa perla per esempio è di Beppe Grillo, blogstar, e quindi veicolo pericolosissimo del morbo "indicativo, sempre e solo fortissimamente indicativo". Una volta almeno lo faceva solo Minà, ed era così evidente che Fazio lo usava per caratterizzare la sua imitazione, ma ora...
"Quindi, io credo che è inutile insistere quando è l'altro che non ci capisce".
Fra l'altro, lo scrivesse in italiano, avrebbe pure ragione.
E in quanto a genialità del "giornalese", quest'altra viene da un TG: "Grazie alle nuove tecniche di analisi del DNA sulle tracce biologiche, è stato riaperto, fra l'altro, il caso dell'omicidio della povera Simonetta Cesaroni, assassinata in via Poma.
I primi risultati: le analisi del DNA sulle tracce di sperma sui suoi abiti indicano chiaramente la presenza di un individuo di sesso maschile sulla scena del delitto !"
Incredibile dictu! E nel vero senso della parola. E c'era bisogno delle analisi del DNA, per questo bel colpo di scena, oppure di un giornalista che non fosse sotto l'effetto di sostanze illegali mentre scriveva?
Posso dire che spesso non ho più parole, ma solo parolacce? Una volta almeno gli articoli si rileggevano, proprio per evitare queste scemenze.
Si potrebbe riprendere Lo sciocchezzaio di Flaubert, e aggiornarlo un po' - immagino ne uscirebbe un libro decisamente interessante.
lapardaflora
#8
23:55, 26 aprile, 2007
Moltissime persone, basta farci caso, mettono l'accento su blu.
Cominci con l' "esaminare" i giornali...
Fausto Raso
utente anonimo
#7
18:55, 26 aprile, 2007
chi è che scrive blu con l'accento??
littlejane
#6
18:35, 24 aprile, 2007
very very nice informations...thank you very much. mr suma
utente anonimo
#5
19:41, 22 aprile, 2007
Beh, credo che non per nulla l'esame universitario, almeno quello di un tempo, di grammatica italiana, fosse equiparato a quello di abilitazione alla professione di gionalista!...e tutti preferivano affrontare quest'ultimo. Un motivo ci sarà ben stato...
(nella scrittura non su internet, non uso quasi mai i puntini di sospensione, ma qui mi pare di "parlare" più che scrivere e mi servono come una sorta di metalinguaggio, per così dire. La volevo rassicurare: so che è una pessima abitudine grammaticale abusarne.)
:-)
lapardaflora
#4
19:27, 22 aprile, 2007
Concordo con lei sul "giornalese". Per quanto attiene alle "questioni grammaticali" mi permetto di esprimere qualche perplessità...
Fausto Raso
utente anonimo
#3
11:54, 22 aprile, 2007
In effetti, confonde troncamento con elisione...
io però non lo citavo come manuale di grammatica (per quello uso ancora quelli scolastici, o consulto il sito dell'Accademia della Crusca, che no è per nulla parruccona come pensano molti), ma mi riferivo prevalentemente al suo implacabile sbeffeggiare un certo modo di titolare, gli eterni luoghi comuni come "le lamiere contorte" che ancora ci perseguitano in occasione di ogni tamponamento a catena o incidente grave; l'amore per l'inutile complicazione della frase, gli acronimi mai sciolti e il generale crogiolarsi in quello che lui chiama "giornalese". E lì, orrori ce ne sono parecchi, credo ne converrà con me.
lapardaflora
#2
20:20, 21 aprile, 2007
Sergio Lepri scrive:
fra – Come troncamento di "frate" dovrebbe avere l’apostrofo ("fra’"), ma tutti i linguisti accettano "fra" senza apostrofo; errato "frà" con l’accento; iniziale minuscola.
Fra è il troncamento di "fra(te)" e le parole tronche non vogliono l'apostrofo.
utente anonimo
#1
10:50, 21 aprile, 2007
Come documento storico, vorrei ricordare che un lavoro simile sul linguaggio giornalistico lo aveva fatto anche Sergio Lepri (e scusate se è poco!), nel suo "Scrivere bene e farsi capire" nel lontano 1988, e infatti, lo ammetto, lo "presi in prestito" dal mio capo redattore e poi non ci fu mai l'occasione di renderglielo... ovviamente mi aveva "sgamata", ma era troppo simpatico per non stare al gioco, e me lo regalò.
Anche lì, pagine di esilarante sberleffo ai topoi più triti (e tristi) del giornalismo e varie altre cose.
Ogni volta che l'ho consultato, non mi ha mai deluso.
lapardaflora
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