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Commenti
02:19, 23 novembre, 2007

Herr Effe, stavolta il mio bianconiglio biologico ha fatto cilecca: è tardi, è tardi, il blog a-tempo è scaduto. Non me ne sono accorta in tempo... Le invio ugualmente un pezzo asincrono nel commento sottostante.
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02:16, 23 novembre, 2007

I ragni hanno fatto il nido nel portamatite.


Il mio portamatite di pietra ha la forma di un sasso, invece è un portamatite. È un oggetto di rara entità, in quanto così perfettamente ermetico che non si apre né si chiude. Perciò è del tutto inaccessibile persino alle matite. Tuttavia i ragni, con le loro zampette di tungsteno, sono entrati nel portamatite. Hanno fatto così: prima hanno individuato il portamatite. Poi si sono nascosti in un angolo dove nessuno li può vedere e hanno filato la loro bava per circa un cronotopo e mezzo. Bisogna specificare che la vita di un ragno consiste di poco o niente, perciò secondo loro ci hanno messo parecchio. Io intanto ero via per lavoro. Mi avevano spedito in una città di mare a raccogliere il materiale necessario alla misurazione del tempo. Trattasi di banalissima sabbia ovvero interiora per clessidre. Nel mentre setacciavo altrove, i ragni tessevano un sentiero di bava ai danni del portamatite situato nella mia dimora. Attualmente, sapendoli dentro il portamatite, non mi riesce di setacciare la sabbia come si deve. Perciò prendo la prima nave e raggiungo il portamatite. Lì, proprio dove l’avevo messo e così come l’avevo lasciato, trovo il portamatite. Me ne rallegro e torno al mare con in tasca un portamatite di scorta che sembra un portamatite, invece è un sasso normale di quelli che si trovano dappertutto e allora si possono anche perdere ché tanto neanche ai ragni gliene frega niente di farci il nido dentro questo genere di.

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21:42, 18 novembre, 2007

C’è un tempo per ridere e un tempo per piangere, c’è quello delle vacche magre, quello delle grasse e quello delle midi, uno che chi ha tempo non aspetti tempo e uno per oziare.
C’è quello del trovare, dal lavoro all’amore, e quello del fare, la moglie, la lavoratrice, la mamma, c’è quello del dolore
C’è quello che si è fermato
Con l’ultimo sguardo negli occhi miei
E quello ritrovato
Col nuovo sguardo negli occhi miei
C’è il ricordo della voce che ti dice ò tiemp è tiranno
E à vita dura comm à na fumata e sigaretta
E risenti quella che dice oggi nun teng manco ò tiemp e me sputà ‘nfaccia
E fai un viaggio nel tempo
Guardi le diapositive
C’era lui, c’erano loro, ancora bambini
C’era mamma, ancora giovane,
c’erano i viaggi,
dopo che il suo tempo si è concluso c’è stato tanto tempo, e ha cominciato a lasciare i suoi segni , ha trasformato la ruga d’espressione in ruga di vecchiaia, quei chiletti che prima si smaltivano in niente si sono affezionati e non se ne vanno, è arrivato il tempo della pensione.
All’improvviso il tempo del miracolo, spariscono tutti i doloretti, la stanchezza va via, non c’è più tempo che tenga, c’è la nipotina coi suoi ritmi e le sue esigenze, la giornata è scandita da pappe, biberon, pannolini, pisolini, giochini, però
Che tempi!
(rivendico l'esistenza dei tempi della nonna!)
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10:13, 18 novembre, 2007

Non esiste il tempo ma solo l'atto di misurarlo :non sarei d'accordo perchè la notte torna sempre dopo.E nell'antichità ogni manifestazione sociale dipendeva dall'intercalare della Luna in un anno.Si è dovuto per necessità studiarlo. Non esiste se ti libri dal suolo, allora sì.
Blogger: tristantzara Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente tristantzara
09:46, 18 novembre, 2007

correlare la nozione di tempo alla nozione di spazio

abbiamo poco tempo e poco spazio
utente anonimo
12:14, 17 novembre, 2007

ALLO SPECCHIO


(sottotitolo: Io già non mi sopporto da solo, figuriamoci duplicato…)


 


Questo doppio mi tormenta. Almeno due volte. Ché lo specchio mi ri_flette e piega il senso, anzi lo inverte e lo rimbalza all'in_finito circuendomi, circumnavigandomi a tutto tondo, cortocircuitandomi e riempiendomi di se, di sì, di me di mah. E' la comunic@zione  dell'impossibile, il moto perpetuo della macchina perfetta che mangia se stessa che si auto_alimenta di se, del Sè eppure si accresce a dismisura, smisurata_mente si dilata ma tanto veloce è il suo moto che resta ferma, immota, non procede in alcuna direzione, ha già inglobato il fuori nel dentro e l'in_verso.


Siamo obesi dall'informazione, le nostre e quelle degli altri. Tutti amiamo, ed oggi la rete lo concede, anzi si concede a tutti, tutti dicevo amano  dispensare sapere, Verità. Ma la minaccia è proprio forse questo dis_pensare al quale ci costringe questo ingurgitare senza scegliere, senza quasi poter opporre resistenza a qualunque invasione/comunicativa. Nessuno può obbligarci alla disinformazione, o costringerci, manipolarci, ma la nostra scelta che fine fa? E’ troppo tardi. Siamo già in rete, siamo la rete e l’utopia di 1984 o la mente di Al9000 non spaventano più come un tempo, anzi sono divenuti più che realtà, sono ..reality.


Quello che vorrei sapere è se il nostro cervello sia in grado di assorbire questa massa di dati, informazioni, vissuto d’altri, immagini suoni e così via ed operare scelte, avere il tempo e la capacità e la voglia di non farsi sopraffare, ma filtrare il tutto e riportarlo a dimensione umana, e riportarci tutti in una dimensione che ci consenta di com_prenderci davvero, tutti. Ri_dimensioniamoci, insomma, ed io per primo. Personal_mente prima di pensare al doppio, vorrei conoscere il valore da duplicare, ché altrimenti senza quel dato la somma mi sembra irraggiungibile, o addirittura pericolosa.


 


BESTio


(contamin@zioni da: Jean Baudrillard – Le Strategie Fatali - SE)






questa poesia è mia, la rimetto, mi sembra il tempo e il luogo giusto


[filastrocca_della_vita]


 


 



NELL'OCCHIO


[del ciclone]


 



Calma piatta, ma apparente


questa vita scorre in piano


mentre intorno l'apparenza


tutto inganna...


 




non ti guarda mai negli occhi


la realtà


cola, filtra dallo schermo e scende giù


come sangue


come melma


come sugo sul tuo mento...


 




quante stelle sai contare


prima che ne perdi il filo?


 





 Quante lacrime versare


per la morte vista in tele?


 



non ho tempo,


non ho tempo


NON HO TEMPO


mi dispiace


ecco la pubblicità


asciughiamoci quel mento


non è bello lo spettacolo


via sù un po di civiltà



passa il sale


versa il vino


e sorridi


dai cretino...


 



non sei neanche tra i dispersi


scrivi scrivi


scrivi versi


dolci


liquidi


perversi


siamo vivi


vivi e al centro


di quest'area assai protetta


non si muove mai una foglia


noi restiamo sulla soglia


della vita vera, viva 


facciam scorrer tra le dita


il rosario che si sgrana


ogni chicco un uomo muore


tieni il conto delle ore...


 












Bestio



 


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09:47, 17 novembre, 2007

agli esimii curatori: ma è vero che la prossima iniziativa avrà come tema gli effetti del tempo sulla lombosciatalgia?
Blogger: Petarda Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Petarda
17:09, 16 novembre, 2007


mi piace molto questo cosa sul tempo e ci pensavo da un paio di giorni, al fatto che se non sono in scadenza non mi metto nemmeno a fare i concorsi, e se non consegno all'ultimo minuto non sono contento oggi ho visto che c'è una scadenza, e ieri mio figlio piccolo (14 anni) era in buona e mi ha ispirato, così provo a lasciarvi un piccolo contributo anch'io

2001 incomincio a non vederci più bene... papà, ma che brutto che sei con gli occhiali

2007 dai togliti gli occhiali e prova a liberarti dalla mia possente stretta... ma papà, che brutto che sei senza occhiali ...dopo un po' però mi dice: dai dammi un bacetto
Blogger: unovalelaltro Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente unovalelaltro
16:44, 16 novembre, 2007

è buffo...un evento a-temporale con dei limiti temporali. Se dico che non ho avuto tempo per dare il mio piccolo contributo, almeno non sono fuori tema...mai come negli ultimi sei mesi ho desiderato avere una mezz'ora solo per me
Blogger: LipsVago Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente LipsVago
15:49, 16 novembre, 2007

Il signor Effe è momentaneamente assente fino ad oltre l'orario di chiusura del tempo.
Avevamo pensato di accettare una sola pubblicazione per non bruciare tutte le residue neuronalità a nostra disposizione in titanici sforzi che potrebbero minare la salute fisica e mentale.
l'avventizio, che sono io, presente ancora per poco, invita tutti coloro che in impeto entusiasta abbiano in animo la condivisione di un secondo o più contributi a postare sotto forma di commento presso un post particolarmente sintonico al loro dire.
si sta già creando una mappa labirintica dove è magico aggirarsi in pieno smarrimento del senso del tempo.
grazie a tutti.

Blogger: cybbolo Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cybbolo
13:46, 16 novembre, 2007

domani1
Basta, okkeei, basta.
Si fermò appoggiandosi al muretto che delimitava quella parte di pista ciclabile.
Il fiato le usciva a fiotti, la milza infiammata la costrinse a piegarsi su un fianco.
- Cacchio- che male si ripetè.
Quella sera doveva correre per dieci chilometri; questo secondo la sua personale tabella di allenamento.
Si stava alzando un po' di nebbia e le macchine passavano alla sua sinistra con un ronzio lieve attutito dal rumore delle cuffie.
Quella sera era dura, ma lo sapeva, al sesto chilometro veniva sempre la crisi, bastava stringere i denti.
Poi l'avrebbe invasa un senso di benessere.
Endorfine, dopamina, che cazzo ne so.
Non sapeva più farne a meno, dell'allenamento
Prima o poi devo smettere � si disse.
Domani.
Cominciava ad essere pesante andarsene via tutte le sere, dopo il lavoro.
Tuta, scarpe da ginnastica, fascia per i capelli e via.
Era dura. Sì.
Il sentirsi leggera, sì, ecco.
Forse era quello.
Libera.
I muscoli che obbedivano alla sollecitazione, il piccolo tonfo delle suole sul selciato, la sofferenza, il fiato affannoso che diventava, poi, regolare, la sensazione di dominio sul proprio corpo.
La doccia bollente che lavava via anche i pensieri.
Riprese a correre, prima piano, poi, a passo più cadenzato.
Eppure cominciava a sentirsi sfinita, aveva le occhiaie profonde e il corpo prosciugato di fatica, svuotato.
Si sentiva costretta a quei gesti, a quel rituale a quella fatica.
I capelli saltavano sulle spalle, la maglietta era intrisa di sudore.
Alla fine avrebbe dovuto mettersi la felpa.
Certo.
Non poteva permettersi di ammalarsi.
Aveva visto un paio di scarpe più leggere, in quel negozio, in centro.
Domani le avrebbe comperate.


Girò l'angolo e tornò indietro con il respiro affannato, verso la macchina.
Diede un'occhiata veloce al cardiofrequenzimetro.
Ok.
Era al limite, ma poteva andare.

domani2
Basta, okkeei, basta
Schiacciò la cicca dentro il bicchiere sporco e si grattò la testa..
La coperta sopra il divano era scivolata a terra; si tirò su a fatica, pesantemente.
Era tardi.
Sbadigliò.
Aprì la porta che dava sul giardino. La puzza di fumo si dileguò a poco a poco dalla stanza.
Il freddo entrava a fiotti e le nuvole coprivano in parte il cielo oscurato.
Si mise in testa il cappuccio della felpa e tese le mani avanti e poi in alto.
Aspirò l'aria umida per la pioggia recente.
La notte si allungava in ombre cupe sul prato.

Non riusciva a capire per quale cazzo di ragione continuava a fumare.
Domani smetto - si disse.

La bocca sapeva di fogna.
Grattò via con l'unghia un pezzetto di tabacco incollato sul labbro.
Le volute di fumo, sì, forse.
Era quello.
Il gesto noncurante, la cicca che penzola dalla bocca, il filo azzurrino che si arrotola; tirare una boccata, fare uscire il fumo dalle labbra, dal naso.
Il consumarsi lento della carta, l�incandescenza, il silenzio, la concentrazione, il piegare le dita, la testa, guardare di sottecchi, con gli occhi semichiusi, appena strizzati.

Chiuse la porta piano e schiacciò il pulsante del riscaldamento notturno.
Fece tre colpettini di tosse secca.

Avrebbe smesso, sì.

Entrò in bagno, si sciacquò la bocca e i denti.
Si spogliò velocemente.

Domani le compero con il filtro- si disse
e si addormentò con la bocca spalancata .
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13:09, 16 novembre, 2007

(Ho giusto il tempo di impostare)

IL TEMPO HA I MINUTI CONTATI
Non ho tempo. Per questo lo guardo passare, è il mio passatempo. L'aspetto da solo nella sala di bell'aspetto che ripassi, che torni indietro sui suoi passi. Ma il tempo è ormai passato, a volte remoto, lontano nel tempo. Il tempo è infinitesimale, piccolo, minuto, secondo a nessuno. Il tempo c'era prima della notte dei tempi, quando nessuno ancora si chiedeva: che tempo che fa, a che ora? Ti accorgi della sua presenza solo quando è già trascorso e trapassato, e non puoi fermarlo. Per quanto corri non riesci mai a precorrerlo. Ogni cosa ha il suo tempo e tu il tuo: nasci, cresi, muori, tocchi ferro. Il tempo è così. Quando va bene è e sei sereno, quando va male è temporale, come il potere. Ma il mio tempo è scaduto e in frigorifero non ce n'è dell'altro. Solo il tempo di un consiglio d'Egitto: se un giorno viaggerete nel tempo portatevi una ventiquattrore.
(Guido Penzo)
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11:05, 16 novembre, 2007

Grazie della fiducia, signorF.
grazie.
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01:06, 16 novembre, 2007

SONO FELICE DI:
aver partecipato al blog A-Tempo,
aver letto tutto quanto è stato depositato,

MI SPIACE
non aver TEMPO per commentare tutti i "pezzi" che mi interessavano
in quanto 16 chiude

per me che non amo i Blog collettivi, quasta mi è sembrata una cosa diversa, originale, e "misurata" su un progetto "A-Tempo", quindi voglio esprimere il mio vivo grazie a chi l'ha pensata e realizzata!!
grazie
chicca





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23:36, 15 novembre, 2007

egregio effe, oso porre il seguente contributo, prelevandolo dal mio vecchio blogghino. un saluto alogeno
---
il tempo non è altro che ricordo e attesa.

un ricordo di Rosi, in attesa di Rosi: il mio tempo con Rosi.

C'erano una volta le nubi a pecorelle in cielo, nella sigla d'inizio dei programmi televisivi, quando conobbi Rosi.
Ora non piu', ora c'e' la mia Rosi lassu'. Ma nella stessa musica celestiale.
Parlero' di Rosi e del riflesso delle sue enigmatiche pupille ellittiche.
Rosi era una capra femmina, sola, perche' nei paraggi capri non se ne vedevano mai, e perche' io ero geloso di lei.
Vivevamo in campagna. Ciascuno faceva la vita che poteva andando dove voleva, e cosi' lei preferiva farsi vedere a casa solo nelle ore dei (resti dei) pasti, ma spesso mi seguiva per le fratte offrendo/cercando compagnia; la cosa mi onorava.
Mangiava di tutto e continuamente,
senza ingrassare piu' del decente,
ma le sue tracce erano sorprendenti: sempre uguali in quantita', dimensione e colore.
Un perfetto eterno flipper a biglie caprine.
No, eterno purtroppo no.
-
Rosi era laureata in Scienze della vita, e non era avara nel trasmettere il suo sapere, ma solo su richiesta.
Un pomeriggio con la Rosi equivaleva ad una settimana peripatetica mezza pensione nella Scuola di Atene, un semestre al Politecnico, tre anni al Cepu. Partiva sempre dai fenomeni concreti: il cibo, le carezze, per disquisire con logica inoppugnabile sui Massimi Sistemi, cacciari d'alema ristoranti parigini compresi.
-
Rosi sublimava e sostituiva l'assenza di un partner congruo con il dialogo e la contemplazione filosofica del mondo, e della mia persona nei ritagli di tempo.


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16:20, 15 novembre, 2007

Boh? Si farà così? Io ci provo:

All'ultima fermata c'e' il mare.
(di Alessio)


Ci sono sei fermate, tra un capolinea e l'altro.
Alla prima fermata c'e' la scuola.
Alla seconda c’è il liceo.
Alla terza l'università.
Alla quarta l'ufficio.
Alla quinta il mercatino.
Alla sesta fermata c'è il mare.

Quando ti ho conosciuta, al capolinea di Piazza San Michele, eri una crisalide in grembiulino blu e fiocco rosa grande da prima elementare.
Quando ti ho conosciuta i campi da calcio erano polvere nel cielo di giugno, quadrati d'aria nelle strade deserte, le linee di fondo sponde di cardi ed erba bruciata, la traversa della porta invisibile mezzo metro sopra la testa, fino a dove si poteva arrivare con le mani e tutto il resto era fuori.
Tutto il resto, fuori.
Quando ti ho conosciuta le ginocchia sbucciate non facevano male, il sangue sgorgava ma asciugava in fretta, e sopra la pelle incrostata ferite tante ma dentro nessuna, male fuori ma dentro niente.
Le biciclette erano moto da corsa o destrieri col fuoco negli occhi, le lucertole draghi furenti, le fionde spade sguainate contro bande di gatti robot.
E non sapere che fare era tutto quello che c'era da fare prima del suono del campanello e gli amici giù in strada, - oh ci sei? ajò - e pronti via, start per un tuffo in una piscina d'aria blu.
Ti ho conosciuta mentre nuotavo nell'aria immobile di un giorno di primavera, quasi estate.
Un giorno che babbo disse: - oggi ci andiamo in pullman, a scuola, che la macchina è rotta - .
Così scendemmo in strada ad aspettare, al capolinea di Piazza San Michele; e quando questo serpente lungo di metallo arancione arrivò e aprì le sue fauci grigie pieghevoli per inghiottirci, io scoprii che nella pancia del serpente c'eri tu. Ultima sedia dell'ultima fila, a fianco al finestrino laterale. Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu. Grembiulino come il mio, fiocco come il mio,occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri bella.
Ebbi appena il tempo di guardarti un secondo e scendere: le scuole elementari erano vicine, una sola fermata.
La prima.
Mica ti dimenticai, però.

Quando 10 anni dopo ti vidi scendere alla seconda fermata, quella del liceo, io non avevo più il grembiule, e tu nemmeno, ero più alto di un metro e mi ero già rotto due volte il braccio e una volta la gamba e avevo più punti di sutura che anni di vita randagia di periferia.
Ma ti ho riconosciuta subito.
Sguardo perso nei campi giallo oro di Su Planu.
Jeans come i miei, felpa come la mia, scarpe uguali; occhi, bocca e capelli no, non come i miei.
Tu eri sempre bella.
Il posto non l'hai mai cambiato.
E neanche io, il mio.
Ma il tempo, in compenso, è passato sopra noi due leggero e veloce come passano le nuvole strappate dal vento di maestrale sopra questa nostra piccola città, bianca di sale e argilla.
E' passato veloce tra le tue dita strette aggrappate al vocabolario giallo di latino, quando la tensione per il compito in classe che si avvicinava fermata dopo fermata ti faceva tremare le mani e sbiancare le nocche.

E veloce in mezzo ai fiori delle tue gonne, ampie e ombrose sui piedi scalzi, all'università, e sopra i tuoi maglioni larghi, e sulle fasce colorate per i capelli.
E veloce oltre il tuo sguardo assorto e le mani avvinghiate al libretto blu degli esami, stesso tremolio e stesso sbiancare di nocche di sempre.
Il tragitto in pullman era veloce, solo tre fermate, fino alla facoltà. Così potevo restare a guardarti per poco tempo, fino a via Mameli, e poi a piedi attraverso il Corso e Viale Fra Ignazio e su in salita fino a Scienze Politiche, a inseguirti sempre senza raggiungerti mai, schiena avanti gambe veloci e fiato grosso. Occhi piantati fissi sulla tua schiena troppo vicina e troppo lontana.

Dove lavorassi, non l'ho mai capito.
Anche perché scendere alla quarta fermata, in Via Dante, avrebbe potuto significare qualsiasi cosa. Avresti potuto lavorare ovunque: scuole, uffici, nei negozi per ricchi, in via Alghero, o nel tribunale per i poveri, in Piazza Repubblica.
Non ho mai capito se ti piacesse o meno, il tuo lavoro, perché lo sguardo era sempre naufrago al di là dei vetri; non ho mai capito se fosse stato il grigio della polvere appiccicosa della quotidianità a sradicare i fiori dalle tue gonne e a spodestare i tuoi maglioni larghi e colorati con un colpo di stato tailleuristico. Oppure se fossero stati gli anni il tempo la noia l'apatia la disillusione o l'angoscia della distanza che ci separa dal capolinea e che si riduce fermata dopo fermata.
Un giorno ho capito che ti eri sposata quando hai rioccupato il tuo posto accanto al finestrino dopo un mese di assenza, con le dita nervose attorno ad un cerchietto d'oro bianco.
E un giorno ho capito il nome dei tuoi figli da come li avvertivi di star fermi sulle sedie affianco alla tua, le stesse sedie uguali arancioni di quando eravamo bambini noi.
E un altro il nome di tuo marito dal sorriso soffiato sul telefono cellulare, appena i bambini scendevano dal pullman per guadare il torrente d'auto verso la piazza della scuola.
Il tuo non l'ho mai saputo, di nome, perché i tuoi figli ti hanno sempre chiamato, semplicemente, mamma.

Alla quinta fermata c'è il mercatino.
Da quando non lavoriamo più, le giornate cominciano mentre ancora è notte e finiscono che è ancora giorno, le gambe sono diventate pesanti e i gradini del pullman una montagna da scalare.
I pochi capelli grigi che notai un giorno sopra il tuo orecchio destro e sulla mia fronte ora sono molti, e bianchi.
Da quando non lavoriamo più, il giorno più bello è il venerdì.
Perché durante il resto della settimana, mentre il tempo fotocopia le ore, una uguale all'altra, io riposo queste ossa vecchie nel sottovuoto di giornate uguali, e inganno la noia con l'inquietudine trepidante dell' attesa.
Il venerdì, invece, il venerdì c'è il mercatino, ed è l'unico giorno in cui ho la certezza di poterti incontrare al capolinea, mentre aspetti il pullman aggrappata al carrellino della spesa; e in cui sono sicuro di potere restare a guardarti, per la bellezza di cinque fermate lunghe come questo viaggio di ottant'anni.
Cinque fermate, dal cimitero affogato di gas di scarico, alla piazzetta di Capo Sant' Elia ubriaca di salsedine.
E il sole scivola leggero sulle ore passate a perderti e ritrovarti in questa casbah di bancarelle, in questo kaos di frutta e casse di pesce, tra lo stridere acuto delle fruttivendole e il mercanteggiare fenicio e minaccioso dei pescatori.
E ritornando a casa, sul pullman che ciondola sulla via del porto, ti guardo riflessa nelle mura bianche della città, dipinte d'arancione dal sole fuggiasco in ritirata precipitosa dietro i monti di Capoterra.
E guardo me stesso aspettare un altro venerdì.

Oggi sul pullman non c'eri.
Eppure è venerdì, e l'ora era la stessa di sempre, e ho aspettato di vederti arrivare al capolinea aggrappata al carrellino della spesa finché il sole non si è fatto grande in questo cielo bianco di primavera, quasi estate.
Ma sul pullman la tua sedia di sempre è rimasta vuota e nessuno sembrava accorgersi che mancassi; come se fosse normale, il venerdì poi, che c'e' il mercatino.
Allora, all’improvviso, ho capito: ho fatto tutto il tragitto, fino alla sesta fermata, l'ultima.
Non c'ero mai arrivato all'ultima fermata.
All'ultima fermata c'è il mare.
Sono sceso, a fatica, ho tolto la maglia e questi calzoni grigi e i mocassini neri rosicchiati dall'asfalto.
Ho affondato i piedi in questa sabbia catramosa che da bambino ho calpestato bianca come la polvere di borotalco, quando le mie gambe ramate e guizzanti erano molto diverse da questi stecchi diafani e contorti da vecchio.
Ho raggiunto la battigia e dopo pochi passi l'acqua è salita dalle ginocchia al bacino, e poi alle spalle, e poi al collo.
E avanzando ti cerco nell'unico posto dove puoi essere, perché non ci sono alternative, perché il viaggio non può andare oltre la sesta fermata, perché alla sesta fermata c'è il mare.
E niente altro.
E io devo almeno sapere come ti chiami, che in ottant'anni , il tuo nome, non l'ho mai saputo.
E a cosa sono serviti, questi ottant'anni se non posso neanche chiamare per nome i ricordi?
E mentre l'acqua allaga di silenzio il vuoto della tua assenza e i miei occhi si arrendono a questo orizzonte liquido e salato, aspetto, adagiato su questo giaciglio candido di sabbia, sotto questa coperta gonfia e fluttuante di posidonia.
Ti aspetto.
Perché lo so che sei scesa qui, dove ora scendo anch'io.
All'ultima fermata.

Blogger: maskinganna Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente maskinganna
15:58, 15 novembre, 2007

il tempo che impiega una goccia a cadere
http://verdemare.blog.tiscali.it//il_tempo_1751295.shtml
Blogger: cf25302015 Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cf25302015
14:22, 15 novembre, 2007

uhm... c'è una contraddzione qua! come mai gli aggiornamenti sono in tempo reale? io li farei in tempo irreale!
Blogger: zop Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente zop
14:06, 15 novembre, 2007

Molto avvolgente questo post temporalmente collettivizzato.
Bello bello:-))
utente anonimo
13:41, 15 novembre, 2007


:D
Blogger: BESTIO Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente BESTIO
13:21, 15 novembre, 2007

suvvìa, almeno un supplementare
Blogger: metallicafisica Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente metallicafisica
12:38, 15 novembre, 2007

ahahah irrefrenabile Bestio!!!
Posta tutto anche nella mia zona, ché è graditissimo...
Blogger: cybbolo Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cybbolo
11:58, 15 novembre, 2007

buondì buondì buondìììì
_____________________

Il Tempo...

Grazie ancora ad  HERZOG  ma anche a CYBBOLO,sono approdato



                                Qui.



e quando qualcosa mi piace, divento logorroico, per cui andateli a trovare.

E subitevi questo altro pezzetto di mia vita.



Eccomi ancora a scrivermi addosso, intrappolato in questa rete di ricordi allo svincolo dei desideri irrealizzati, pizzicando le corde della rete virtuale oramai sempre più sovrapposta, direi fusa a quella neurale, la mia e la vostra… Con_dividere ancora con te, questa iniziativa, e questa parte di me, che l’alchimia dei processori religiosamente spero moltiplicherà all’infinito lasciando una traccia nello spazio, nel tempo… e quando sarà il tempo di morire forse qualcosa di me ancora vivrà, in ognuno di voi, e ti avrò fottuto quasi quanto tu hai fatto con me, bastarda mietitrice..


 


Ho sognato in passato che avrei pubblicato un long playing, di vinile, un 33 giri, hai presente il manufatto? Scrivevo parole e musiche e l’unico accordo che non mi riuscì fu quello che risultò fatale, con l’RCA_Italia. Nonostante fossero già state stampate da loro 3.000 copertine del mio Lp, a causa di disaccordi tra la casa discografica ed il produttore mio e del gruppo che collaborava con me tutto crollò, e mi ritrovai con questi 8 brani già registrati in sala non pubblicati. Era una storia, un filo li legava. Vi regalo il testo del primo brano, dove oggi vi leggo, come spesso accade nel guardarsi indietro, una consapevolezza maggiore di quanta ne avevo quando lo scrissi.






PRESAGIO


Mi sveglierò e saprò

come ho fatto a esser cieco sempre

ma indietro non tornerò

non si torna


ponte di cenere

il passato è stato il seme

oggi è


Che strade prenderò

per raggiungere la mia meta

bussola no non c'è per la vita


e anche le stelle in cielo

danno luci d'altri tempi

d'altre età


Prigioniero del mio tempo ancora

non sarò d'Itaca l'Ulisse

mentre vago in questa notte oscura

so che non potrò mai scordare la realtà


oh no oh no

il mio corpo no non può

oh no oh no


anche se la mente sa che della notte ancora


spio l'identità di ombre consistenti

come chi resiste fino all'alba

per poi riderne

ma la notte tornerà


oh no oh no

quanto dura un attimo

se è com'è


stimmate della follia


E' il sogno la realtà

e la vita solo un risvolto

domani è solo ieri

capovolto


che senso ha il sogno in noi

è uno sfogo è un istante

o il Presagio


Prigioniero del mio tempo ancora

mai saprò dopo me il futuro

fantastico o crudele il conto

sarà senza me questa è l'unica realtà


 oh no oh no

questo la mia mente sa

oh no oh no


cade ogni altra ingenuità


oh no oh no mai scordare la realtà

oh no oh no per poi ridere di
me

oh no oh no quanto dura un attimo

se e com'è stimmate della follia..



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07:07, 15 novembre, 2007

Herr Effe, lei bradipeggia in sogni senza tempo e l'apprendista sgobba...
ho aggregato l'esimia cardiologa e la poetica lattaia con molto piacere.

Blogger: cybbolo Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cybbolo
00:07, 15 novembre, 2007

Passo da Remo Bassini e trovo l'annuncio della "nuova creatura". Mi sembra una buffa casualità l'aver scritto del tempo - quasi nel conTempo che nasceva a-tempo.
Abbandono, per una volta, il mio pudore e lascio in punta di piedi un piccolo contributo.


Del latte, di quand'era nei triangoli

tanto lo so da tempo/che il tempo è un movimento circolare/e ora è quello delle cose/di tutte le cose/che ritornano/in un incastro perfetto/nell’estate di san martino/un’estate senza sole/di freddi venti/e muri che si sfogliano/in croste d’umido/e scritte scialbe/mentr’io ricompongo me/
lo faccio piano/rinominando oggetti/e persone/e la mia stessa fisiognomica/
del solco che scava le guance/potrei dire/tanto per dire/è quella volta che pioveva forte/e io tornavo a piedi/in mezzo al traffico/e l’avevo lasciato alla stazione/poco prima/mentre mi diceva/scusa/mi sono sbagliato/non volevo/e quando arrivai a casa/lei dovette perfino spogliarmi dai vestiti fradici/perché ero morta/così morta/ero/
e nel colore degli occhi/ho un riverbero di fiammelle di raffineria/un’ombra del cortile delle monache/il taglio diagonale del latte/di quand’era nei triangoli/e sette piani/il tempo di salirli/contando i gradini/uno ad uno/ma era molto più semplice la discesa/ch’io mi ricordi/
e ora/dalla mia lingua affiorano suoni/amore/dico/amoremio/nel vederti comparire all’improvviso/mentre giri l’angolo in bicicletta/e mi pare di guardarti/per la prima volta/e mi succede d’avere/per te/uno sguardo/che non trattiene memoria/e m’innamoro/in un coup de foudre/incartato dal cellophan/
hai labbra fresche/e asciutte/nel bacio/e sulle mie/non mi chiedo cosa siano le nuvole/quale momento sedimenti/per diventare/di noi/storia/
il rumore di fondo dell’universo/è un’onda sinusoide che mi sfiora/in altro luogo/in altro tempo/esisto/e sono bianca/ancora bianca/ancora piena di grazia/sono/

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23:22, 14 novembre, 2007

no, aspetti, segnalo questo mio post:



Renania-Palatinato: sola andata



Renania – Palatinato, XIII secolo a.C.

Io sono Lothar e appartengo al ceto dei portatori di spade.
Mio il potere di intercedere presso gli Dei
mio il potere della conoscenza del copricapo d’oro
dei misteri del sole e della luna, delle stagioni
della fertilità degli animali, degli uomini, delle piante.
Io scruto il cielo e ciò che vedo è scritto tra gli anelli che ornano il mio elmo cerimoniale.
È scritto che ogni diciannove anni il sole e la luna si presenteranno nella stessa costellazione.
Le mie conoscenze saranno tramandate a qualcuno che prenderà il mio posto dopo di me, e di sapiente in astronomo, in veggente in indovino, ai posteri il privilegio di leggere gli anelli ornamentali.
A me l’intelletto straordinario e la magia delle parole profumate d’incenso, dell’astronomo, del matematico, dell’esperto di calendari solari e lunari.
A me il censo e l’oro per forgiare l’elmo del potere.
Mia è l’illusione dell’immortalità.



Nuoro – Italia, XXI secolo d. C.

ritratto di AmbroiseMi levo alle sei e un quarto del mattino, ma potrei levarmi anche alle cinque: arriverei comunque al mio appuntamento sempre alla stessa ora, ovvero con una mezzora buona di ritardo.
Tutti i giorni la stessa promessa: caffèdocciabarba, operazioni che complessivamente mi impegnano per venti minuti, e poi potrei essere da Marco e uscirne giusto in tempo per il lavoro.
Non posso mancare al mio appuntamento con Marco. È accondiscendente con me, mi dice che gli faccio saltare gli impegni successivi, però lo dice gentilmente.
Ma appena metto i piedi sul pavimento freddo mi viene la nausea. Che sarà pure esistenziale o di somatizzazione, però i conati sono reali.

Non ho più storia, e neppure Marco ne ha: ma lui è contento così, dice che la nostra realtà è questa e che la dobbiamo vivere intensamente. Me lo dice seduto su una poltrona di pelle, dietro la sua scrivania. Non vuole che mi distenda sul divano, non appartiene a quella scuola lì.
Sono un uomo dell’Olocene, è possibile che solo io mi renda conto di questo?
Con la glaciazione di Wur è finito il Pleistocene, e questi idioti che mi circondano sembrano non rendersene conto. Una glaciazione iniziata appena sessantamila anni fa e terminata solo dodicimila anni fa: mi ritrovo in un clima temperato che approssimativamente potrebbe durare per altri quarantamila anni.
Fa bel tempo da dodicimila anni e a malapena conosco la storia scritta di soli seimila anni.
Vorrei sapere la differenza tra l’australopiteco e il sapiens sapiens, dei quali mi onoro appartenere al ramo di entrambi. Nella metà del periodo Wur il neanderthal era nel pieno del suo splendore, seppelliva i suoi morti e credeva alla vita dopo la morte.
L’uomo di Neanderthal credeva nell’immortalità. Roba da non credersi. Qualche decina di migliaia d’anni e puff… adesso viene ricordato come un parente povero: poco attraente e troppo coglione al punto tale da estinguersi.

Ho fatto qualche calcolo: meno di cinquantamila anni, se escludo il buco nell’ozono e i cambiamenti climatici, e poi ci sarà un’altra glaciazione.
La storia scritta sarà perduta, ci sarà un nuovo paleolitico inferiore e un altro superiore, si svilupperà una nuova scrittura e sarà ritrovata un’altra stele di Rosetta.
Tutto inizierà daccapo.

Perdo la memoria, non riesco più a ricordare troppe cose, anche della storia relativamente recente.
Non riesco più a ricordarmi quanti Galli morirono nella battaglia di Canne: seimila o quattromila?
E stavano con Annibale o con i romani?
L’intelletto straordinario e la magia delle parole scritte e dette non mi appartiene più.
Non ho più l’illusione dell’immortalità.

È così difficile capirlo?
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23:09, 14 novembre, 2007

c'è tempo
Blogger: EvaCarriego Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente EvaCarriego
21:10, 14 novembre, 2007

(Vai a tempo vai a tempo)

(conta... uan tu tri for faiv six)

tum tititi trà titish
tum tititi trà titish
tum tititi trà titish
tum tititi tumtrà titish

bello bello belloooo
senti che sta facendo ora Andrea.... mi è piaciuto come suona il basso dal primo provino che facemmo assieme... quando sarà stato? Undici anni fa!

E ora ecco, ha finito Jimmy col tenore e inizia Pianomax, ma niente piano, ha invece scelto quella patch di sintetizzatore un po' cattiva che usa quando vuole fare un assolo un po' storto...

Ora devo stare attento e non distrarmi, ci sarà da divertirsi con qualche gioco di poliritmi...
Tra tutum tish trrrr stt t t t thsh

Vediamo se riesco a guidarlo verso un bel climax.. ora pesto un po' e aumento e aumento... sì ha capito tuttoooo... e pure Andrea benissimo.. Stefania pure, senti che rasoiate…

Wow... che chiusura... ora di nuovo Jimmy e Stefania con la chitarra e il tema tre volte... e chiudiamo.... diminuiamo... col tempo che scema e si scioglie...

E’ quando suoniamo così, e pieghiamo e modelliamo il tempo assieme che mi piace.
Blogger: AdRiX Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente AdRiX
19:19, 14 novembre, 2007

Signor Effe, posso mandarle il mio contributo in e-mail? (ché non ho ancora imparato a inserire immagini nei messaggi)
Blogger: matisse Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente matisse
16:43, 14 novembre, 2007

non so se ce la farò a farcela

e comunque, ci provo..


Blogger: SENZAQUALITA Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente SENZAQUALITA
15:35, 14 novembre, 2007

vedere il giorgioflavio sull'a-tempo mi riempie di gioia, ché era spirto che mancava tra cotanti spirti.
ed ora attendo gli altri, i pigri, ché scossoni per loro non ce n'è mai abbastanza...
vado ad aggiornare la mia zona...
Blogger: cybbolo Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cybbolo
15:18, 14 novembre, 2007

SQ
le scuse del tempo qui non hanno corso, lo sa (alla creatività basta poi un a-ttimo di a-tempo)

e.l.e.n.a.
son qui appostato con il retino

Giorgioflavio
visto, letto, approvato, postato

Madame Carriegò,
provi con il carbone, a me funziona.

Blogger: Effe Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Effe
14:47, 14 novembre, 2007

ossantocièlo: internet mi funziona a spizzichi e a bocconi, speriamo di ripristinarlo presto, ho da leggere un sacco

Carriego
utente anonimo
14:35, 14 novembre, 2007

Messere, lei scussuliò e, senza porre ***** in mezzo, qui venni a depositare le poche e stente righe figlie del ***** svanito e smozzicato che ho potuto loro dedicare. Decida lei, che farne, ché io non ho *****.


Il tempo. Ho sempre pensato che ci penserò quando, guardando un qualche orologio – un mare che si fa di piombo, una foglia che volteggia, l’orizzonte che scolora, una ragazza ferma a una vetrina, un libro, un sorriso, un saluto, un ricordo, un cane che piscia a un lampione, un bimbo che piange, un fremito del cuore – scoprirò senza nemmeno volerlo che è venuta l’ora di pensarci.
Non so quando sarà. So che sarà. Nè so, ora, cosa penserò allora. Non posso saperlo, perché non ci penso. Non è venuta ancora l’ora di farlo. Lo saprei, altrimenti.
Per ora mi limito a percorrerlo, il tempo, stiracchiandolo, comprimendolo, molto più spesso sprimacciandolo come un cuscino, nel tentativo di dargli una forma più comoda. A volte mi scopro a fumarlo piano come un puros, ma più spesso lo rincorro, lo aspetto, lo maledico, lo ignoro, lo chiudo nella borsa dell’ufficio o lo appendo con l’impermeabile quando torno a casa alla sera. Altre volte ci litigo, soprattutto quando incrocia i tempi altrui, scoprendosi inevitabilmente in anticipo, in ritardo o comunque starato. Però talvolta ridiamo insieme, nelle occasioni in cui altro non ho da fare che cercare di ammazzarlo: si presta al gioco, il tempo, anche se entrambi sappiamo che sarà inevitabilmente lui, un giorno, ad ammazzare me.
Non pensandoci – perché non è tempo di farlo: lo saprei, altrimenti – non posso ovviamente sapere cosa sia esattamente, il tempo.
So soltanto che mi sopravvivrà e che si tratta di qualcosa che la gente è convinta di non avere, o quantomeno di non avere a sufficienza: i familiari, gli amici, i colleghi, la gente sull’autobus e al supermercato – tutti coloro che vedo e incontro, insomma – dicono infatti di "non avere tempo".
Ma credo si tratti di un semplice modo di dire, un alibi, un passepartout, una parola d’ordine: il tempo non è merce che si possegga. Al più ci possiede, ché tutti siamo dentro un qualche tempo.
Cosa sia dunque il tempo, come si misuri e quale significato abbia, francamente non so dirlo né scriverlo: conosco molti pensieri altrui, sul tempo – pensieri eccellenti, si badi, di profeti, filosofi, scrittori, artisti, saltimbanchi e piccole fiammiferaie – ma non ho pensieri miei.
Perché quei pensieri hanno il loro tempo e quel tempo non è ancora venuto.
Altrimenti lo saprei.
Questo, almeno, è quel che penso.
Da un bel po’ di tempo.


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