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Commenti
#7  
14:59, 11 maggio, 2008

Figurati. Il punto vero è che l'individuo dovrebbe essere lasciato in pace dalla società, dalla democrazia, dalla repubblica: all'espropriazione per pubblica utilità dovrebbe subentrare quella per privata inutilità.
Come comprese bene Simone Weill, non c'è scelta più ragionevole di quella di abolire i partiti politici: essi sono una menzogna conclamata dal momento che scimmiottano la Chiesa senza averne le radici teologiche e quindi, piaccia o meno, i fondamenti di Verità che pongono sullo stesso piano di principio il gregge e i pastori (a dimostrazione che la secolarizzazione del cristianesimo è logicamente improponibile e culturalmente kitsch). Tutto ciò, infatti, viene surrogato nei partiti da una vaga retorica massificante, fondata sulla velleità ideologica e sulla demagogia del bisogno, che, però, ha come fine sempre e soltanto l'organizzazione del potere (che, notoriamente, non è del popolo, che di fatto non lo esercita mai, ma di chi lo detiene effettivamente).
Se studiassimo il teorema di Arrow diserteremmo le urne e getteremmo le tessere dov'è giusto: a fare compagnia alle pantegane.

A.
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#6  
22:05, 10 maggio, 2008

L'a-parte lo condivido, per la precisazione perdona la mia lettura ingenua.

A.L.
utente anonimo
#5  
21:43, 10 maggio, 2008

A parte il fatto che non metterei Volponi accanto agli altri tre (in primis in quanto comunista e, quindi, obnubilato dal sociale e dalla sua metafisica partitocentrica), io con "artista che timbra il cartellino" intendevo parlare di chi timbra il cartellino in quanto artista.

A.
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#4  
20:55, 10 maggio, 2008

... ma non si deve generalizzare, la categoria dello "artista con cartellino" ha avuto pioneri importanti: Kafka (assicuratore), Eliot (bancario), Gadda (ingegnere), Volponi...

A.L.
utente anonimo
#3  
20:19, 10 maggio, 2008

Appunto, l'arte non è mai consolatoria, e non perché debba necessariamente proporsi intenzionalmente di rivoluzionare o cambiare alcunché, ma perché intrinsecamente è già una croce sulle spalle dell'artista, e una peste capace di contagiare chi gli si avvicina.

A.L.
utente anonimo
#2  
17:20, 10 maggio, 2008

In effetti va fatta giustizia una volta per tutte dell'idea - tanto rassicurante quanto bislacca - secondo la quale l'arte sarebbe compatibile con una vita "normale". L'arte non è compatibile con la vita - tant'è che la trascende nell'accezione più rabbiosa, ostile e indisponente - figuriamoci poi con una vita normale (laddove per normalità intendiamo il solito pregiudizio bovino delle mandrie, illusoriamente rassicurate dal proprio numero contro l'attacco dei predatori).
Ce lo vedi tu un artista che timbra il cartellino? che, sindacalizzato, reclama il diritto alle 35 ore? che parlamenta per la detassazione governativa degli straordinari?
Gli impiegati dell'arte che cercano un ruolo nella vita li ho già giustiziati come "peti-poeti". Restano gli impiagati dalla vita che cercano consolazione nell'arte. Molti, troppi.

A.
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#1  
08:31, 10 maggio, 2008

Andrea, in una sorprendente condivisione di intenti, permettimi di aggiungere alle tue queste parole riesumate dai miei archivi:

La firma del grande artista è il senso della colpa, ovvero della maschera che si è dovuta indossare, nel senso kafkiano per cui la verità si può dire solo essendo nella menzogna (e con Wilde, "datemi una maschera e vi dirò la verità"), e che ne denuncia la volontà inautentica della finzione. I grandi artisti hanno ben chiaro questo senso di colpa, legato alla metafora che incarnano, la maschera che è l'Arte, e ciò si traduce nella precisa fenomenologia di un severo rigore, di un procedere funambolico. I piccoli artisti, gli artistelli, al contrario, sono coloro che non hanno il coraggio di portare questa maschera fino in fondo, avendone paura, paura d'essere scoperti (ancora Wilde: "chi dice sempre la verità alla fine viene scoperto"), come una ragazza che non sappia ancora cos'è l'amore e si neghi ad un ragazzo che non ha osato osare abbastanza...

A.L.
utente anonimo

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