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Commenti
16:09, 02 ottobre, 2004

.." the show must go on.." no? ..(ot)
per la non-icona che vai spargendo in giro...
( questa non l ho capita ..;-)
Blogger: lefty333boy Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lefty333boy
12:51, 02 ottobre, 2004

fasulli: non so se hai notato che nel commento sotto ho messo l'aggettivo tra virgolette: non xchè sia falso ciò che proviamo ma xchè ci viene indotto...e colui che ce lo indice potrebbe non provare quel sentimento...è un pò confuso eh?
Blogger: toschina Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente toschina
12:49, 02 ottobre, 2004

"è la solita distinzione..ecc..." nel senso che ne avevamo già discusso in altri post...ora leggo i commenti...:* BO.
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10:34, 02 ottobre, 2004

Con grande semplicità provo sollievo
che l'uomo ridotto in gabbia abbia prodotto anche in te questo scrivere, e l'inevitabile. L'immagine mostruosa, quella del campo di concentramento contemporaneo. Quella che non avremmo mai voluto vedere Guantanamo. E che ci accompagna gli incubi stenendoci le lenzuola da anni. Da lì il resto dell'orrore probabilemente ha avuto origine se una origine c'è. "Lo spettacolo colonizza anche la percezione", dirò di più, lavora nei nostri archetipi, costruisce desideri e, adagio reazioni e azioni. Selezione oculata, distillata. Allora solo la dietrologia ci permette di capire veramente? O la semplice attenzione, l'empatia e quel grido di reazione e di rivolta che dentro proprio non ci vuole stare?
utente anonimo
09:44, 02 ottobre, 2004

Oh Sesto !(per un ritorno alle origini)
Ora la mia fermata è ancora in movimento e tra poco dovrò uscire...ma non temere, si continuerà...(anche se debbo dire,questa tua risposta mi pare più vicina delle precedenti) A poi

perdonaci alderano, noi siamo ancora giovani:)un abbraccio
utente anonimo
00:19, 02 ottobre, 2004

volevo darti una risposta OT, caro uomo all'antica! ma vedo che qui c'è un gruppo di lavoro a quanto pare!!!

benvenuti nella società dello spettacolo!
c'era anche un buon vecchio pre-alderano che cantava così, ricordo, ricordo...

tornando all'ot:
mi piace l'idea della redenzione. si.

ma grottescamente?!?

per altro no comment. tu sai xkè...

baci e notte, sei on line?!
tvb
v
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22:24, 01 ottobre, 2004

Tu continui ad andar con paralogismi – ammiro la tua capziosa tenacia dialettica… io, comincio a sfiancarmi, sarà l’età…

In ogni caso, le risposte ai tuoi sofismi sono già contenute nei commenti qui sotto.

(Solo un’aggiunta: riappropriarci del linguaggio puro e sincero:? mai detto questo. Non esiste purità nel linguaggio. Si tratta di forgiarlo – di forgiare cultura, fuori dal discorso dominante. E una cultura altra non può che essere una cultura che parta dal ri.conoscersi, dal riconoscere la nostra interdipendenza).

Dopodiché, se avessi visto il volto di un carabiniere che muore, avrei certo provato pietà.
Sai, sono un uomo all’antica.
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21:26, 01 ottobre, 2004

Non si tratta di programmazione, adorabile Elos. Si tratta di comunicazione. Io so benissimo - lo scrissi già tempo fa a razgul - che cosa intende alderano. Ma quanti lo possono capire, apparte noi frustrati del blog? parlo della vita reale, della strada, del posto di lavoro, dell'uffcio, del bar. Ad uno sguardo superficiale la gioia (reale) che esprimete è assolutamente uguale a quella (falsa) di berlusconi e della televisione. così quel sincero "sì" sembra uguale al loro falso "no". Non dico che lo è: dico che sembra... come sembrava faziosa la citazione biblica di razgul rispetto alla strage in Ossezia (e torniamo al contrasto fra essere e apparire, come dice toschina). Dicendo no al no, invece di un sì, la comunixazione diviene assai più forte. dobbiamo riappropriarci del linguaggio puro e sincero, alderano, è vero... ma credo che per ora non sia possibile. Elos: non tengo la gioia nel petto a priori: la gioia deve essere espressa, ma laddove si rende incompresa e conformista è del tutto inutile, forse dannosa. Ecco cosa intendo. Tenere la gioia nel petto quando mi si impone di esternarla... manifestare gioia quando mi si vorrebbe imporre dolore.... tacere quando si pretende da me una parola... gridare quando mi si vorrebbe imporre silenzio (i classici minuti di assordante silenzio che il ministero propina a migliaia di studenti). Così quando grido "urrà" alla notizia della morte di un soldato americano o di un carabiniere, lo faccio grottescamente, lo faccio con una lacrima salata sul ciglio, lo faccio tragicomicamente... Io solo so cosa mi si agita dentro. Ci mi crede incapace di dolore non ha capito nulla di me e della mia comunicazione. La comunicazione è - sempre - prevaricazione... è necessario incanalarla adeguatamente perchè la gioia non divenga gioia forzata. Secondo voi, Elos, alderano, tutti quanti voi, non soffro della morte di un uomo? Secondo voi sarei capace di uccidere, di fare del male? Parlo in primo luogo a chi mi conosce di persona. Il mio è esorcismo, è desiderio di contrariare, di rompere gli argini, di crearne sempre di nuovi e ancora negarli. Non si tratta, lo sottolineo, di programmazione, Elos. Nè di confusione, puoi starne certa. Ritengo che la comunicazione investa solo un livello superficiale della persona: toschina scriveva che il "dolore all'altro" è un'illusione... tu stessa me lo hai detto ancora prima, Elos, con Barthes. Se così è, ritengo mio dovere trovare aree di espressione e canali di comunicazioni adeguati al mio scopo: e il mio scopo è la gioia, non il dolore.... il "sì", non il "no"... All'amico, a colui che posso abbracciare, dirò senza esitazione: soffro per la morte dei carabinieri di Nassirya... soffro terribilmente...
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#9  
19:31, 01 ottobre, 2004

"tenere la gioia nel petto", ma allora perchè non tenere anche lo schifo nel petto, a questo punto?Perchè non trattenere tutto? Perchè allora la fuga ai coltelli, l'urlo dell'uscita per il bisogno di sangue di cui scrivevi da te, Sesto? Non è forse la stessa cosa ma ribaltata? E in fondo non è anche quell'apparente rovescio un grido parallelo? Allora dirai: Dover dire nero anche se penso rosso. E' questo imperativo che si fa contraddittorio, quel Dovere non per un sentire ma per una logica programmata.
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#8  
19:01, 01 ottobre, 2004

Bo, la precisazione è opportuna. Questo infatti si intende per empatia. Questo però non significa che sia ‘fasulla’: ogni emozione si radica in ‘altro’…
Ed è vero che lo spettacolo è distinzione tra essere e apparire, ma non è la ‘solita’ distinzione, nella nozione di spettacolo, appare in forme radicalmente, qualitativamente nuove.
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#7  
18:59, 01 ottobre, 2004

Purtroppo non sono parole mie, quelle che hai citato... nella 'chiusa' dello scritto ho legittimamente detournato Debord.

Comprendo il tuo ragionamento, caro compagno Sesto. Ma: non è con una negazione della negazione che si restituisce la verità – così si rimane nel circolo chiuso della dialettica – e qui lo spettacolo avrà sempre l’ultima parola. (E per spettacolo non s’intende esibizione, manifestazione, esposizione (usi impropriamente l’aggettivo ‘spettacolare’) – ma il culmine del processo di astrazione e alienazione della società mercantile capitalistica). Occorre invece affermare la singolarità dell’evento, sottrarlo all’imperialismo del Tutto (che è Falso), sradicarlo, farne vettore di una potenza creativa e liberante. Non dire No al No. Dire Sì. Riprendersi la parola – ché lo spettacolo è anche, allo stesso tempo, alienazione in quanto espropriazione del linguaggio: della capacità creativa (nel senso più ampio) dell’uomo.
Dopodiché, tu hai tutto il ‘diritto’ (;)) di tenerti la gioia nel petto…
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#6  
17:58, 01 ottobre, 2004

"in realtà noi possiamo provare dolore o gioia solo per ciò che tocchiamo da vicino ( o noi personalmente o chi ci sta accanto)"
voglio spiegare questa frase x non essere fraintesa: non intrendevo dire che si è menefreghisti ed indifferenti alle emozioni altrui. l'empatia è un sentimento positivo, ci immedesimiamo nel dolore o nella gioia di altri...ma non ne siamo partecipi xchè un dolore o una gioia possono essere vissuti solo in prima persona (o indirettamente tramite persone che conosciamo nel reale). BO.
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#5  
17:45, 01 ottobre, 2004

questo post è un approfondimento di ciò che si discuteva da sesto.
il reale è ma non appare...il virtuale appare ma non è! è la solita distinzione tra l'essere (la sostanza della cosa, la cosa in se) e l'apparire (la rappresentazione di quella cosa) per cui ci convinciamo che la realtà sia quella che ci viene rappresentata. Anche i sentimenti (gioia, dolore ecc..) ci vengono indotti e sono xtanto "fasulli":in realtà noi possiamo provare dolore o gioia solo per ciò che tocchiamo da vicino ( o noi personalmente o chi ci sta accanto). BO.
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#4  
17:29, 01 ottobre, 2004

"Lo spettacolo, appunto, cuore dell'irrealismo della società reale: nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso". Sono parole tue alderano. E sono giustissime. Ma quando dicevo che talvolta si deve dire nero anche se si pensa rosso, intendevo appunto riappropriarsi del vero attraverso la sua negazione, cioè l'affermazione del falso. Così io combatto ed esorcizzo le menzogne della spettacolarità imperante. Spettacolarità di cui fanno parte, ahime, anche le vostre "spettacolari" manifestazioni di gioia per la liberazione... spettacolari perchè fissate in parola ferma e scritta, in forma d'arte, spettacolari poi, soprattutto, per il linguaggio usato, per le immagini evocate: penso al "grido" di razgul che scrive <>... fa parte di un certo tipo di spettacolarità a mio parere.... mentre la mia modesta e raccolta gioa la tengo nel petto.... convinto, in quel momento, di dovere dire nero anche se penso rosso....
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#3  
17:17, 01 ottobre, 2004

Lo spettacolo telecomanda l'emozione.
Definisce le cariche, forza le polarità.
Ci estirpa la più profonda libertà. Che è la scelta del come e perché piangere. O protestare piuttosto. Incazzati neri. Muti dietro le museruole degli schermi tiranni unidirezionali che brandiscono finte interattività.
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#2  
17:12, 01 ottobre, 2004

...l'hai completato..così ti posso seguire meglio....ora leggo. ;) BO.
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#1  
15:09, 01 ottobre, 2004

...ti riconosci nella parola, l'osservi senza toccarla ma vorresti excedere, andare fuori e in quell'andare entrarci, sfregarla, farne apertura, vaso comunicante, un pugno caldo a penetrare il ventre.
Era un uomo, forse, quel sasso poroso alle spalle del cancello bianco
se "nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso"?
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