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Commenti
#13
13:24, 08 novembre, 2004
La prima glossa è assolutamente interessante, e suggestiva. Però non vedo come sia possibile gridare l'orrore di esistere laddove non siamo in presenza dello scarto - laddove non è possibile essere coscienti di sè in quanto slittamento dell'essere, in quanto vuoto. L'orrore di esistere nasce, si esprime in/da quel vuoto. Si potrebbe allora ipotizzare che quel grido sarà la prima parola di Adamo dopo la cacciata?
Le altre glosse consistono perfettamente con il testo. Grazie per l'indicazione di Lotman, vedrò di approfittarne. L'etimologia di nomen è un'ipotesi tua o è affermata dai linguisti?
alderano
#12
21:40, 07 novembre, 2004
(Le mie stupide glosse, vergate quasi irriflessivamente durante la lettura. Te le appiccico qui, confidando nella tua benevolenza e - casomai - nel tuo perdono)
E se la parola primordiale di Adamo fosse un urlo di purissimo sgomento? Se quell’EL fosse un suono insensato – come il verso animalesco – esploso senza controllo dal mantice del torace nel momento in cui aprendo gli occhi Adamo ha preso coscienza di sé (orrrore di sé, della percezione del proprio essere), della propria creazione ed esistenza (orrore della percezione del proprio essere stato creato, e della gratuità di tale atto) e si è ritrovato “nella presenza assoluta - nella presenza dell’Assoluto”, “nella presenza assoluta - nella pienezza del Verbo” (orrore supremo di essere al cospetto del Dio svelato e tutti avviluppati in Lui – dopo Adamo, nessuno più avrebbe potuto guardare Dio nella sua nudità senza venir meno)?
Nomen < *Gno-men? Gnome – co/noscientia (kun + ghno-?). Dalle stesse radici IE si ha lo slavo znati (conoscere), znanie (conoscenza), soznanie (coscienza: so- < kun*; zna- < ghno-*).
Nominare è consegnare l’anima alle cose.
Il nome è l’anima delle cose.
Così come in noi l’anima è inoculata come alito di Dio, noi respiriamo nelle cose il loro nome per compierle.
La lingua adamitica come la lingua aurorale dell’infanzia: entrambe si muovono in uno spazio mitologico (qui mi rifaccio a quanto scrive Jurij Lotman in “Mito–Nome–Cultura”). Nel mondo mitologico la lingua è nominazione/conferimento di anima, la parola è nome, il rapporto tra nome e cosa è necessario (quel nome preciso, e solo quello). Lotman: “[nel linguaggio infantile] tutte le parole possono (...) assolvere la funzione di nomi propri”. Adamo/il bambino esperisce ogni cosa per la prima volta e la battezza.
“Il processo linguistico si insedia su una frattura, su una mancanza”... Questa frattura o mancanza è forse ciò che io definisco come uno scarto, un “vuoto” – laddove il vuoto è lo spazio di un movimento inarreso/interminato, di una tensione a colmare la frattura che non si esaurisce né riesce mai a giungere al proprio fine.
A me pare oltretutto che questo scarto tra il verbo e la carne, tra la cosa e la propria icona ecc. sia l’elemento atomico di ogni esperienza estetica. L’irriducibilità all’unidimensionalità, dove per es. il kitsch – cioè la devastazione estetica – è la riduzione all’unidimensionalità, la mancanza di spessore, di frattura, di quel vuoto che è condizione essenziale perché si crei attrito...
razgul
#11
12:37, 05 novembre, 2004
e se dio non vuole,se mai tornasse la voglia di scrivere e uscissi da questo campo cieco, chissà che non SFOCI in deriva.
bacio
elos
#10
11:36, 05 novembre, 2004
avevo notato il retroscienza e già pregustavo derive semantiche prossime...
alderano
#9
20:14, 04 novembre, 2004
mmm, credi che sul lapsus di "retroscenza" con "retroscena" Lacan ci avrebbe trovato qualcosa d'interessante? No, perchè,ultimamente questo sbaglio e' di prassi. Se ci aggiungo una "i"
viene retroscienza.
Dietro la scienza.
Mi piace.
non a caso,
EL (os)
scusami, ma con l'amaro di questi giorni, il minimo e' che ci rida sopra.
e pure mi faccio blasfema...
utente anonimo
#8
19:44, 04 novembre, 2004
Ottima glossa, Elos. Grazie.
alderano
#7
17:54, 04 novembre, 2004
lo sapevo. Ho traboccato.
Ops.E pure con la grammaire...perdonate
utente anonimo
#6
16:36, 04 novembre, 2004
Probabilmente (e cito bluesouris) non bisognerebbe Niente. Dire semplicenete che bellezza!
Giacchè proprio nel dar voce al linguaggio e al suo processo, inevitabilmente si apre una mano al suo precederMI, il sorpasso del linguaggio che anticipa in contamporanea. Ciò di cui parlo-il la lingua - si è già parlatoìa, si sta parlando, anche adesso. E s'essa s'insidia nella frattura, nella mancanza, nell'assenza, e però - appunto- in quell'assenza che esprime ,esplode l'essenza di ogni cosa.
Il nome è una porta aperta non tra due stanze - se il linguaggio è tramite immediato - la parolaa/porta "è" in quell'essere la sua stessa sospensione e dalla sospensione nutrita e rigenerata. Ma una rigenerazione ferma, il nome che nel suo "racchiudersi", si fa aperto, APRE.
E allora è proprio in quella "sacra indifferenza" di cui sopra che l'ente si mostra, si espone.
Una porta spogliata del suo attributo, niente più tramite. Un attore muto senza retroscenza nè bisogno di domandarla che in quelllo stesso silenzio sta la scena, tutta la contrazione dell'as-soluto, dono che non SI dona ma che dona e non abbisogna in quanto sciolto da.
Poi, con un balzo forse azzardato, torno al simposio del raffi (sorrido) e ripenso a quel lasciar essere dell'amore (e dell'amicizia, beninteso) E da lì, all'io-ti-amo barthsiano, l'olofrase.
E in unltimo, per un passaggio di stanze, la Follia come l'inguaggio escluso, davvero in-sensato o forse Nel senso?
utente anonimo
#5
21:39, 03 novembre, 2004
La gloria del volgare è il trascendentale di questo discorso. Questo discorso è una glossa in margine alla Gloria del volgare. Lo dicevo più sotto...
alderano
#4
21:16, 03 novembre, 2004
ottimo, nemmeno una citazione da un certo "La gloria del volgare".
pornobarman
#3
17:07, 03 novembre, 2004
Ipnotica la croce del tuo brindisi.
La magia mistica di un istante in un sorso di vita.
Merci.
afrodea
#2
15:51, 03 novembre, 2004
Caro Alderano, tre cose:
prima. mi dai la citazione di Agamben (mi risparmi la ricerca)?;
seconda. sui DUE saggi di benjamin ho scritto un saggetto, apparso in un volume collettaneo, Poesia e filosofia, a cura di R. Bruno, Angeli 2000. Se vuoi, te lo mando. (Sottolineo il due, perché tutto l'enjeu stava, per me, nella differenza quasi mai notata tra i due). Intanto, a questo indirizzo: http://www.intersezioni.unicas.it/pagina.php?op&pag=19 trovi le mie parole in occasione della presentazione del volume (e ancora del medesimo tema si tratta);
terza, per una critica della 'magia' del nome, è utilissimo P. Virno, Parole con Parole, Donzelli 1994 (mi pare).
Un saluto
Azioneparallela
#1
12:17, 03 novembre, 2004
Probabilmente bisognerebbe argomentare introducendosi nel testo, bisognerebbe analizzare, ma in questo momento non voglio, desidero dire semplicemente “che bellezza” nel senso più pieno del termine. Ho ascoltato il ritmo delle parole nei significati ed al di là degli stessi. Sorrido come farei guardando una foglia, una pietra, una formica qualunque, e ascolto il suono fluido e delicato della loro presenza
bleusouris
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