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Commenti
19:09, 13 febbraio, 2005

o Alderano,
gioisco invero,
questa me la ricorderò:
"E questo perchè il pensiero è una passione."
grazie
mi sta bene
:-)

ho persino messo un emoticon, orcaeva,
(che non sta bene alla mia età)MarioB.


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17:36, 13 febbraio, 2005

L'importante è il 'come' del pensiero, Mario, come si pensa. E certo, la filosofia dev'essere fisiologia, come appunto diceva Nietzsche. E questo perchè il pensiero è una passione.
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16:49, 13 febbraio, 2005

Bello, questo simposio in divenire:dal pensiero come geriglio del reale alla merda del mc donald's.

L'uscire-dalla-parte, appunto.

(con.sorrido)
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15:45, 13 febbraio, 2005

Busso senza aprire, giusto per disturbare. Salut Monsieur Duval
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13:44, 13 febbraio, 2005

Sestoempirico (pardon)
utente anonimo
#9  
13:43, 13 febbraio, 2005

E Nietzsche aveva perfettamente ragione. Infatti gli Americani mangiano merda.

(sorrido)
utente anonimo
#8  
09:25, 13 febbraio, 2005

Vedi Sesto,
non è che se uno pensa tanto poi si schieri per la pace tra gli umani.
Pare che che la sig.ra Condoleeza Ryce sia "intelligentissima" e pensi molto fortemente, magari acutamente ma temo che il suo acume di pensiero( o desiderio...?) sia volto ad acquisire completa egemonia degli USA sulle produzioni petrolifere mondiali.

Poi, a volte, io penso altre volte non vorrei pensare proprio.

Ancora mi domando quanto il nostro pensare non sia influenzato dal sentire, dai sentimenti e con quanto ardore e costruzione rivestiamo sovente i sentimenti di pensiero, anzi col pensiero, raziocinio giustifichiamo un sotterraneo, a volte, non chiaro sentire o percepire.
Il signor Nietsche scriveva quando era a qui, aTorino, che il fluire del pensiero dipendeva spesso dalla digestione per cui in quella fase della vita molto si curava della sua dieta, infatti annotava l'esito digestivo di certi cibi.

Perdonate il mio scetticismo per lo meno i dubbi.

MarioB.
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#7  
15:26, 12 febbraio, 2005

Dice bene Sesto, un conto è non avere attaccamento ai propri pensieri, così come ai frutti delle proprie azioni (Bhagavad-Gita), altro è la rinuncia totale. Ho praticato anch'io meditazione vipassana, e credo che sia fondamentale imparare ad osservarsi, a prender coscienza dei propri sensi, del proprio svanimento, della propria radicale impermananza. Ma credo che esercitare il pensiero nel suo modo massimo (conformemente all'Assoluto...) sia quanto ci compete. Che cos'è il pensiero, dici. Non ho competenze di neurofisiologia, ma credo che tocca al pensiero di pensarsi. E riporto quello che ho saputo pensare del pensiero qualche tempo fa da azioneparallela:
Caro Massimo, mi viene dunque da chiedere, a questo punto: che cos’è il pensiero? Procedo per brani: anzitutto, esso è un soggetto o un oggetto? Forse ambedue le cose (una soglia di indistinzione): il soggetto che pensa, forse, è affetto dal pensiero: il pensiero (la ragione) è una passione. Come fosse il sesto senso. Esso è il Comune: per questo siamo parlati, per questo il linguaggio ci traversa. Esso è sempre in atto, e si pensa sempre. Dunque: il pensiero ha luogo. Dove? (ovvero dove si pensa?) In forme di vita. Il lògos è la Comune affezione degli (in)dividui. Non ha origine, non ha fine. (E: non ha senso, poiché è il senso). Non ha un punto insomma dove esso 'si' possa afferrare. (E’ l’icona della quale non si può dar ragione, per richiamarmi al Peirce che tu citavi. E mi pare che l’afferramento del tutto sia ciò che esamini nel secondo capitolo del tuo libro). Potremmo anche dire: non può essere detto, descritto, ma solo essere mostrato. Nel suo darsi. Nel suo evento. Nel suo accadimento. Nella sua singolarità. Ora, se possiamo (chi? Il Comune) fare questo (dire che esso può essere solo mostrato ecc.) – tu convieni fino a questo punto o no? E se no, dove non convieni? – perché non possiamo con egual diritto riconoscere quando stiamo facendo altro-da-questo? Perché non è possibile avere altrettanta coscienza del fatto che non ci stiamo limitando a mostrare la singolarità inappartenente del Comune, ma che lo stiamo facendo consistere – che gli stiamo dando un’origine, una fine, un senso: un’identità? Che misconosciamo la sua natura dileguante, appunto?
Chi lo fa? Il pensiero stesso: il Comune che è sempre in atto e che sempre si pensa – e non nell’empireo, ma nelle forme di vita individuali, attraverso le pratiche di queste forme di vita. Da dove spunta fuori? E’ gia da sempre. A partire da dove? Da un punto qualsiasi. E’ in questo – nella ragione come passione, come accadimento singolare che si dà nelle forme di vita – che vedo l’articolazione tra ontologia ed etica.

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#6  
13:20, 12 febbraio, 2005

errata corrige: si da campo a chi, appunto, la testa l'ha proprio spenta.
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#5  
13:19, 12 febbraio, 2005

Non affezionarsi ai propri pensieri, questo è assolutamente corretto. Ma che ci si debba risolvere in uno spegnimento del pensiero, questo proprio no. Altrimenti si da campo la testa, appunto, l'ha proprio spenta, e si mette a incensare la novella "democrazia" irachena.
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#4  
10:33, 12 febbraio, 2005

Caro alderano,
il pensiero è un oggetto di conversazione che mi fa paura.

Eppure vengo qui a dire due cose.
Io vorrei prima sapere che cos'è, davvero, il pensiero.
E' un secreto cerebrale operato da cellule, neuroni, sinapsi etc, vero?
Ridotto così perde di potenza, potrebbe sembrare sudore o saliva.
Bisognerebbe forse leggere testi sulle ultime frontiere della neurobiologia; tra l'altro ho un cugino( i cugini sono indipensabili nella vita...) neuropsichiatra che si aggiorna continuamente e mi dice che le cose sono enormemente cambiate su coteste frontiere negli ultimi trent'anni.

Sai, io ho letto un po' di roba orientale, praticato meditazione e se vai ben a guardare in buona parte di quelle filosofie o scuole il pensiero pare solo un parassita, un disturbo allo stato di "quiete" o "serenità" che si raggiunge con le pratiche.
Lo stesso nirvana o nibbana corrisponde ad uno stato di "estinzione" "spegnimento" (nir/nis + van) ove con i pensieri si estinguono pure desideri e repulsioni.
Il pensiero infatti è spesso visto come un oggetto tanto disturbante quanto effimero.
Non si può certo fare a meno di pensare ma si può ritenere questo coso che ci accompagna quotidianamente come una cosa transitoria, variegata e variabile, la quintessenza dell'effimero.
Anzi si impara o si dovrebbe imparare a non affezionarsi nemmeno ai propri pensieri.
E' duro ma mi sembra così.

con simpatia
MarioB.

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#3  
22:33, 11 febbraio, 2005

Fuori tema, altre proposte di titoli:

-Forzati
-Mala Vida
-Les Misérables
-Ginés de Pasamonte
-Canti galeotti

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#2  
19:09, 11 febbraio, 2005

Cazzo, "A las barricadas" come titolo non è affatto male!

Io oggi dopo penosi strizzamenti di cervello avevo partorito una roba in inglese - "Skinner-box Eden" (o più semplicemente ancora "Skinner-Box").
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#1  
16:57, 11 febbraio, 2005

Bello schema alderano.
Io non ho proposto alcun titolo al vostro disco, in primo luogo perchè non ne sono creatore, non mi appartiene, non lo sento, non l'ho sudato, non ho teso le vene del mio collo per cantarlo, e anchilosato le dita per suonarlo, non ho viaggiato in lungo e in largo sperimentandone sempre nuove forme e modalità di proposizione. In secondo luogo volevo sottrarmi alla banalità. Ma ciò che scrivi, ciò che mi hai scritto nei commenti, ciò che con rammarico ho letto altrove, mi ispira il titolo, appunto, più banale, più vecchio, più codificato, ma anche più attuale nella sua versatilità, nonchè più affascinante: semplicemente "A las Barricadas", che immagino sarà uno dei pezzi del disco. La necessità di correre alle barricate, alla lotta del pensiero per salvare il salvabile, per proteggere la libertà, ma quella vera, quella che è la libertà più ricca proprio perchè è in primo luogo la più povera e la più immediata, quella che si fa e che si cerca, e che non si lascia dire, correre ad un "polemos" - prendo spunto da Umberto Curi - che è guerra ma che non è meramente assoluta negazione, davanti al dilagare di un'ignoranza così vuota e così decadente, ma ad un tempo anche così distruttiva (l'immane potenza del negativo, direbbe Hegel: l'opposto è in primo luogo opposto di sè stesso, ogni opposto contiene già in sè ciò di cui è differenza e negazione, altrimenti sarebbe solo un'esistenza, un singolo che è anche l'universale). Persialover e "luca" ne sono solo una delle manifestazioni, per altro tra le più scadenti e (fattualmente, anche se non assolutamente) più innocue. Questo è tutto ciò che so proporre. Ogni rigiro di parole, ogni vano playword, ogni stravaganza linguistica mi sembra inessenziale in proposito. Il vostro disco, e tutto ciò che ne è contorno e Vita, combatte invece una battaglia che mi sembra - e che spero essere - essenziale. Ti abbraccio
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