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#64
17:20, 26 febbraio, 2005
"Ricordarsi di tenere sotto chiave denaro e credenziali"
...chi potrebbe essere interessato a una lettera d'accompagnamento o raccomandazione?
diamonds
#63
14:43, 23 febbraio, 2005
Odio l'influenza; quasi come i lettori che non comprendono quello che scrivo! E' un piacere, dopo due giorni di febbre, riuscire a leggere due parole senza che il mondo passeggi in continuazione :-) Buona giornata. Trespolo.
utente anonimo
#62
18:35, 22 febbraio, 2005
il novello Fleming era in vena di sperimentazioni di matrice meta-osmotica tra linguistica e farmacopea.E il formaggio è vaccino
p.s. non ce la fò chiù.se domani trovo ancora 'sto post,bello quanto vuoi,incapretto il dottore e rubo la girandola e il cacio(ma so già che il signor Effe,che come testimoniano i suoi occhi e il suo sorriso ha raggiunto una consapevolezza da Nirvana,non sposterà di un micron le sue decisioni)
diamonds
#61
17:46, 22 febbraio, 2005
Di quelle a pioli, lunghissime, da tetto.
(Ricciolina la tua tisana è in cucina, bella calda ;-)
LaNonna
#60
17:39, 22 febbraio, 2005
(Herr Effe, scusi ma non resisto)
Dr. sasuke, le consiglio di portare una scala.
riccionascosto
#59
16:45, 22 febbraio, 2005
demetrio,
come si diceva ieri, l'analisi di una narrazione è una narrazione.
Quando vi ho avvertiti che probabilmente non bisognava fidarsi della versione resa in modo reticente dal narratore, non mi riferivo solamente al medico.
E non mi riferivo solamente a me.
Effe
#58
16:33, 22 febbraio, 2005
Nemmeno io gioco mai. Gioco solo che giocavo.(sphera)
utente anonimo
#57
16:11, 22 febbraio, 2005
Io non gioco mai, sphera. Ed è questo il mio gioco preferito.
sdc
utente anonimo
#56
16:04, 22 febbraio, 2005
Demetrio, sono per moltissimi versi d'accordo: non a caso mi intitolo con la dichiarazione programmatica dell'"un po' meno conversazione (un po' più azione, please". Però, ecco, certe volte mi piace pensare che più che di imbacchettata e ponderosa meta-letteratura si tratti di una sorta di gioco. Quel che si scrive o si legge è un giocattolo: viene voglia, ogni tanto, di sedersi sul tappeto e rigirarlo tra le mani per vedere com'è fatto, e magari smontarlo tutto in tanti pezzettini. Tanto è nostro, nessuno ci sgrida.
utente anonimo
#55
16:04, 22 febbraio, 2005
Diamonds, Effe, vero, il coregone! Non distraiamoci, orsù.
;-***
PlacidaSignora
#54
16:02, 22 febbraio, 2005
Demetrio, io penso invece che si tratti due opere diverse, distinte, ognuna con una sua indipendenza ed autonomia.
Anzi, più che di opere (opere artigianali, preferisce dire Effe), parlerei di
due operazioni diverse
. E di due pazienti, anch'essi diversi. Ed anche di due chirughi-scrittori. Diversi anch'essi, anche se, solo casualmente, con lo stesso nome: Effe, appunto.
sdc
utente anonimo
#53
15:55, 22 febbraio, 2005
L’analisi di un testo è un’indagine investigativa(o una gestazione,che dir si voglia) variabile in relazione al ruolo di chi la compie in un vasto quadro sinergico(autore,lettore,editore).Il compito dell’autore è quello di riesumare su carta un sogno proditoriamente captato,evitando che si disperda nel limbo delle occasioni perdute.In parole povere è autore colui che incontra l’arte,sotto mentite spoglie,non di una baldracca eterotermica ma di una sonnambula persa nel suo Walhalla di vento,e annota le sue confidenze inconsapevoli.Il lettore sublima le mimesi di quegli appunti .L’editore è quello che normalmente si porta a letto la sonnambula (cfr il Baudrillard –“Il ruolo degli ittiti nella scomparsa del coregone)
diamonds
#52
15:52, 22 febbraio, 2005
secondo me nel caso di effe no. effe ha voluto fare un atto interpretativo di una cosa che lui ha scritto. E secondo me questo è sbagliato. Perché invece di rafforzare il racconto lo indebolisce.
Ma questa è tutta mia come opinione.
demetrio
utente anonimo
#51
15:49, 22 febbraio, 2005
Demtrio, un dubbio:
ma scrivere della cosa scritta non è esso stesso scrivere, e quindi, più generlamente, un "fatto", un "fare"?
sdc
PS - sì, lo so: avevo detto che..., ma, però, quantunque, comunque sia...
utente anonimo
#50
15:45, 22 febbraio, 2005
lo so che io sono retrò, ma mi chiedo perché, quando scriviamo una cosa, ci dobbiamo poi fare della meta-letteratura?
non è sufficente, per noi dico, per noi che scriviamo (per chi legge il discorso è diverso), il fatto di aver scritto una cosa?
noto una cosa, che noto prima di tutto anche in me, il più delle volte scriviamo delle cose, che poi tentiamo in tutti i modi di giustificare, non accorgendoci che le cose si giustificano benissimo da sole. Oppure se non si giustificano e perché sono poca cosa e quindi amen. Un racconto dopo che l'abbiamo scritto non ha bisogno di un nostro intervento per così di dire critico. Uno scrittore spera l'opera, che spera il lettore; o meglio uno scrittore spera l'opera che si offra al lettore. Lo scrittore è stupido rispetto ai suoi racconti, e non può esserne critico nel momento in cui decide che quel testo può essere pubblicato.
Da quel momento lo scrittore può accampare solo un sentimento, più o meno vago, di paternità, ma per quando riguarda l'interpretazione, beh, quella non è affar suo. Non si scrive un racconto per 'interpretarlo'.
Perché se no, siamo ben lontani dal paragone con l'artigiano. L'artigiano compie il suo mestiere con naturalezza, e non si chiede, credo, se il suo intaglio sia riconducibile al liberty o al barocco. Lo usa e basta.
Più vado avanti più mi convinco del fare, dell'importanza etica del fare.
ciao
demetrio
utente anonimo
#49
15:42, 22 febbraio, 2005
ciao amico, ci vediamo al convegno di napoli così ti firmo un autografo in testa.
sasukefujico
#48
15:29, 22 febbraio, 2005
È che la vita va veloce, e la fotografia quasi sempre viene mossa. E anche quando non succede, se si va a ingrandire, a guardare nel dettaglio -come in “Blow up”, come in “Blade runner”- si vedono, capita di vedere, delle cose che chi ha scattato non sapeva di inquadrare. E si racconta una storia tutta diversa.(sphera)
utente anonimo
#47
14:46, 22 febbraio, 2005
non sottovaluteri neppure l'artigianato, in effetti (che qui questo si è, artigiani)
Effe
#46
14:21, 22 febbraio, 2005
Ed è quello che la rende necessaria, sospiriamo noi...
lasignoraFranca
utente anonimo
#45
13:03, 22 febbraio, 2005
(e poi mi fermo, che per oggi ho provocato anche troppi... "danni") ;-)
Io sto, con tutte le contraddizioni cui accennavo circa le associazioni di pensiero, con Wilde:
"
Tutta l'arte è perfettamente inutile.
"
sdc
utente anonimo
#44
12:46, 22 febbraio, 2005
vascelli ndd(come il metafisico argentino anche io bado sempre all'eleganza.nonostante tout)
diamonds
#43
12:42, 22 febbraio, 2005
No, Sir, non si preoccupi: non prendo sul serio nemmeno quello che scrivo io stesso, si figuri. ;-)
utente anonimo
#42
12:34, 22 febbraio, 2005
E' che lei mi prende troppo sul serio, la frase andava letta stile-sora-Cecioni.
Squonk
#41
12:34, 22 febbraio, 2005
(è tempo di bruciare i vescelli,per me).Credo che la sua vertenza sia piuttosto sterile.Scriva da Dio,cosa che le riesce assai bene signor Effe,ma veleggi verso l'Eldorado
diamonds
#40
12:26, 22 febbraio, 2005
Ecco, con lo stesso spirito dico che "non si inventa più nulla al giorno d'oggi" è una vera bestialità, Sir. (legga qui il suo amato sorrisetto telematico, Sir)
Se non altro per una questione di semplice logica. Mi spiego.
Se si associa l' "inventare" allo scorrere del tempo (con un prima ed un dopo), i casi sono due: o mai niente di nuovo è stato inventato (c'è stato e ci sarà sempre un prima ed un dopo); oppure si inventa sempre e comunque qualcosa di diverso.
sdc
utente anonimo
#39
12:18, 22 febbraio, 2005
Sì, sì, Mitì: lo so. Il sorrisetto stava lì proprio per questo. E poi lo sai che a me piace provocare, in modo simpatico se mi riesce.
[Più seriamente, ma proprio solo un poco di più, sarebbe interessante raccogliere pareri circa il valore o significato che ha l'associare un pensiero al pensiero di altri, riconosciuti e riconoscibili come in qualche modo "esperti" della materia in oggetto.]
;-)
sdc
utente anonimo
#38
12:17, 22 febbraio, 2005
Perbacco, certo che è un complimento. E poi, mica pensavo di scrivere una novità (non si inventa più nulla al giorno d'oggi, signora mia).
PS al volo, chè tengo un aereo che m'attende: non relegherei così drasticamente lo scrittore-fotografo. Pascoli, se non ricordo male, diceva che il poeta è colui che dice la parola che tutti hanno sulla punta della lingua ma nessuno riesce ad esprimere. Ad oggi, non ho ancora trovato una definizione migliore di "artista".
Squonk
#37
12:15, 22 febbraio, 2005
C'è tanto Freud e Parsons nel diario di Effe. Ci sono i temi del romanzo gotico (James ma forse anche Lovecraft). E molta bibbia, le simbologie della trasgressione e della punizione/espulsione, il leit motiv della storia dell'uomo occidentale: sopravvivenza come esclusione/integrazione.
Chi esclude ed integra la bambina mangiandosela (il formaggio) e al contempo resta integro (intatto) dalla sua devianza. I cancelli che ogni potere crea per mantenersi in vita, per integrare i "diversi" o gli sfruttati (ospizi, orfanotrofi, galere, manicomi, fabbriche e via dicendo). C'è un passato oscuro (da dove viene la bambina? Chi è il custode? Perchè il primo medico è morto? Il giardino è sempre stato una giungla?). E questo passato è materiale o fantastico?
Poi c'è la domanda di Effe, che mi pare chiedere se siamo consapevoli del retro del nostro pensiero. Se siamo lettori univoci o abbiamo più chiavi per i molti cancelli. Se siamo al corrente di essere, noi lettori, dentro un parco (l'inconscio?) che non ha cancelli, a differenza del parco (la nostra memoria, la nostra cultura personale, la ragione) che inevitabilmente ci fa scegliere un'interpretazione piuttosto che un'altra.
Esempio: la bambina è la regina che impone ai suoi servitori di nutrirla e accudirla; in quanto divinità non può essere toccata, pena la morte (malattia del medico?) o la revoca del piacere che lei elargisce accettando i doni dei servi. Il cancello aperto è la ribellione dei servi, la presa del palazzo reale, la deposizione della regina.
Si potrebbe andare avanti all'infinito.
Altro e tanto da dire ma sono stanca. La mia stanchezza è enorme perchè ciò che ho appena scritto potrei riscriverlo al contrario, (cfr. Huysmans).
isntitapity
utente anonimo
#36
12:12, 22 febbraio, 2005
Massimo, non volevo certo sminuire Squonk (e accostarlo a Verga e Gozzano, anzi, direi che è un complimento no?)
PlacidaSignora
#35
12:10, 22 febbraio, 2005
Mi piace anche sapere che l'immagine della scrittura come foto sia di Squonk. E che Gozzano, Verga od altri se ne facciano una ragione. ;-)
sdc
utente anonimo
#34
12:04, 22 febbraio, 2005
L'immagine della scrittura come foto è lo "statuto della stampa" di Gozzano (allora dagherrotipi, ma il senso non cambia).
Invece Verga paragonava l'essere scrittore all'occhio del regista che riprende con la macchina da presa.
PlacidaSignora
#33
12:00, 22 febbraio, 2005
mi piace l'immagine degli ultimi commenti, la scrittura come foto in cui c'è tutto, ma proprio tutto, tranne forse quanto lo scrrivente ha creduto di inquadrare
Effe
#32
11:59, 22 febbraio, 2005
Manginobrioches: sì, certo. Fuori dall'inquadratura e dentro chi guarda.
Placida: già.
Squonk
#31
11:55, 22 febbraio, 2005
(basta che sia chiaro a chichessia che Bridget Jones avesse il maledetto vizio di essere quello che era,senza chiavi di sublimazione)
diamonds
#30
11:52, 22 febbraio, 2005
E anche "vuole". Bisogna volere immaginare.
PlacidaSignora
#29
11:32, 22 febbraio, 2005
Sir Squonk, tutto il resto è dentro, e ognuno se lo immagina come meglio può, deve e riesce.
manginobrioches
#28
11:30, 22 febbraio, 2005
Mi piace molto l'idea espressa da Sir Squonk.
Direi però che la scrittura è una macchina fotografica tutta particolare: lo scrittore inquadra un primo piano ed alcuni dettagli. Ma quando scatta la foto l'immagine che ne risulta impressa è proprio solo tutto quello che è fuori dall'inquadratura, e non ciò che prima dello scatto era stato inquadrato. Sempre che si tratti di uno scrittore, ad aver scattato la foto...
sdc
utente anonimo
#27
10:26, 22 febbraio, 2005
Io sono stata attratta subito dai capelli, folti e inestricabili come un nido, della bambina e dal suo avvicinamento, animalesco, al cibo.
E' per questo che avevo pensato ad una scimmia addomesticata dal custode del giardino, tanto da sembrare una piccola donna: un misto di fantastico e horror mi ha perciò ispirato.
Poi la definizione di "bellissima" da parte dell'autore del racconto, ha alimentato il dubbio: una vera persona regredita a livello di bestia per la segregazione forzata, privata di ogni contatto con altri umani e perciò retrocessa a "primitivo".
Solo così spiegherei l'attrazione, indubbia, del medico verso questo essere fuori del mondo, quasi un richiamo a ciò che lui era stato prima di
far parte del cosiddetto contesto civile.
Quindi, un nostalgico attaccamento verso ciò che lui non poteva più essere.
A questo punto l'interesse del medico non è più prettamente professionale, ed è logico che da guaritore diventi lui l'ammalato e che speri di trovare proprio nella bambina la medicina per la sua anima.
Ma la bambina fugge: il richiamo all'evoluzione della specie, che sta sotto gli occhi del medico, diventa perciò il messaggio lanciato dalla bambina in fuga. L'essere primitivo riporta il dottore
alla consapevolezza della sua condizione di uomo progredito ma infelice.
orifiamma
#26
10:04, 22 febbraio, 2005
Tralascio (ma non per spregio) tutti i commenti precedenti, per darle la mia opinione, caro Herr.
Scrivere è come scattare una fotografia; si sceglie (o si è costretti a scegliere) un'inquadratura, che copre solo una piccola parte del mondo. Tutto il resto è fuori, e ognuno se lo immagina come meglio gli pare.
Squonk
#25
09:40, 22 febbraio, 2005
Scusate, non ho fatto che pensarci: dire, come ho detto, che i producers sono
autori
del film è sicuramente eccessivo e sbagliato, un errore dovuto alla concitazione di questi dialoghi nei commenti, al poco tempo e poco spazio che (giustamente) offrono.
Avrei voluto dire, e intendevo dire, che i producers sono i responsabili del film, in senso creativo/narrativo almeno altrettanto di quanto non lo siano in ogni altro senso.
(ringrazio tutti, ed f. che ci ospita, per non avermi assalito con l'obiezione)
ciao, palmasco
utente anonimo
#24
00:12, 22 febbraio, 2005
si ho letto la mail, ti farò sapere cosa passerà su carta e ti spedirò la rivista quando sarà pronta (penso fine marzo). ciao,antonio.
utente anonimo
#23
19:00, 21 febbraio, 2005
Uhm... resto perplesso, mi spiace, il buon senso in questo caso non mi convince.
Apocalypse è il film di Coppola+producers, Redux è il film di Coppola.
Se si conoscono un minimo i meccanismi produttivi di un film, è una differenza piuttosto sostanziale, soprattutto ai fini del nostro discorso che riguarda la relazione tra autore e opera.
I producers (soprattutto nel cinema americano) sono autori del film, quanto il regista se il regista è un autore (l'oscar per il miglior film va ai produttori, al regista va la miglior regia) cosa che non sempre il regista è, un meccanismo che da noi, non so perché, è meno chiaro - per l'abitudine che abbiamo di attribuire il film al regista.
Nello scontro creativo tra producers e regista, i producers rappresentano una figura fantasmatica, "il pubblico" in nome del quale parlano e in nome del quale viene il loro potere, anche se "il pubblico" è un'entità astratta da loro inventata e interpretata - famose le intemperanze di Fellini coi suoi produttori.
Apocalypse quindi è il primo film, frutto della serrata lotta tra Coppola & producers, lotta diversa da quelle consuete perché Coppola era anche uno dei produttori del film, quindi aveva più peso, e perché Coppola era un autore già allora, quindi aveva ancora più peso.
Redux è, veramente, un altro film, che noi vediamo soltanto per lo straordinario successo avuto da Apolypse Now e per l'importanza di Coppola.
E' il film che avrebbe fatto Coppola se non avesse dovuto litigare coi producers: ci sono un sacco di cose in più dentro, ma rispetto all'avventura di un uomo che risale il fiume delle proprie scelte, metaforico e reale, sono tutte cose inutili, sono lunghe digressioni - bellissime - che forse proprio per la loro forza, secondo me, attutiscono la forza del film - e la sua derivazione letteraria da Conrad...
In un certo senso sono quindi due film, soprattutto in un senso che interessa noi qui e, nella loro differenza, mostrano con una certa evidenza l'impronta essenziale dell'autore nel trattare i temi, cioè, secondo me, quello di cui parliamo noi.
Grazie per la decrittazione del messaggio di sq, seguirà mail di risposta a quella chiarificatrice :-)
utente anonimo
#22
18:08, 21 febbraio, 2005
forse questa è l'occasione giusta perchè qualcuno mi spieghi una cosa che ho trovato nel Morandini:(in estrema sintesi)apocalipse now:apocalipse now-redux=odissea:iliade
(p.s. io all'interno dei post di personalitaconfusa spesso stano quadrupli sensi da sballo.è grave?)
diamonds
#21
17:50, 21 febbraio, 2005
grazie, effe, della decrittazione del mio commento - per precauzione, seguirà e-mail chiarificatrice (spero) per palmasco
SENZAQUALITA
#20
17:17, 21 febbraio, 2005
Apocalypse ti piace perché è di Coppola.
Redux ti piace perché è di Coppola.
Eppure sono diversi (la stessa cosa, ma diversa)
Se non avessi visto Redux, ora non potresti dire che quest'ultimo è
più
Coppola di Apocalypse, ma diresti - diremmo tutti - che in Apocalypse c'è
tutto
Coppola.
In realtà, i "due" film si giustificano da sé, e non perché di Coppola (e quale dei due lo è veramente? E se ci fosse una terza versione più inedita dell'inedito? Un Coppola vero-vero?)
La frase di SenzaQualità era "nell'improbabile ipotesi d'aver individuato un nucleo d'interesse per palmasco, gli suggerirei di leggersi(rileggersi?) l'Hoffmann dei Racconti Notturni"
Effe
#19
16:30, 21 febbraio, 2005
Grazie Gilga per
l'indicazione del film
- io credo di averne in mente un altro (questo penso proprio di non averlo visto) - mi permette di sviluppare il discorso.
Nella scheda che ho linkato, il film viene giudicato "A good film but way too predictable and too hollywood-ized" (buono ma troppo prevedibile, e dal finale hollywoodiano): commento interessante.
Interessante perché qui ci rendiamo conto immediatamente, di fronte alla scelta dello stesso soggetto, dello stesso motivo, dello stesso "topos", come lo chiama giustamente Caracaterina, di come vengano fuori chiaramente, nel trattamento diverso della stessa immagine di base, le differenze individuali di scrittura (e non perché una è un film e l'altra un racconto, ovviamente) tra il regista hollywoodiano ed f.
Nella discussione che da qualche settimana sostengo anche troppo testardamente, lo ammetto, credo di volere dire proprio questo: i topos, le immagini, i miti di base sono relativamente pochi, una specie di grammatica di base, ma la loro declinazione per mano del singolo scrittore, oltre a fornire storie completamente diverse una dall'altra, fornisce al lettore appassionato un'idea abbastanza precisa delle "personalità" in campo.
Tale differenza, secondo me, definisce l'individualità dello scrittore, e ne caratterizza (ne individua) la personale relazione col testo - individuazione che poi, nel versante dello scrittore, avrà conseguenze importanti, ma qui restiamo dal lato del lettore/spettatore.
Ho visto, per esempio, per cercare di farmi capire meglio con un esempio credo abbastanza accessibile più o meno a tutti,
Apocalypse Now
nella versione originale di allora, e quello in commercio di recente, il
Redux
che sarebbe la versione integrale, la versione di F.F. ( a proposito del nostro ospite!) Coppola.
Ecco... è uno dei miei film preferiti, e vedere la versione redux per un fan è stato un omaggio stupendo al suo creatore, ma la versione "originale" - la cui scrittura a questo punto attribuiamo a F.F.+executive producers - è migliore, oppure: diciamo che è diversa in modo significativo.
Nella differenza tra le due versioni, si vede chi è Coppola, perché le scene in più della versione redux, la sua, non hanno alcun valore effettivo ai fini della storia, ma sono una ben precisa fotografia di chi l'ha scritta...
Lo mostrano, mostrano cosa ha letto e che cosa ritiene importante per tessere una storia (i dettagli che sceglie, i motivi che tocca, le atmosfere che pensa servano).
Quest'impronta secondo me è preziosa almeno quanto la storia stessa.
E questo soltanto dal punto di vista del lettore, ci sarebbero poi le conseguenze dal punto di vista dello scrittore, ma io qui ritengo doveroso arginarmi.
("improbabili interessi di palmasco", non l'ho capita, che volevi dire senzaqualità?)
ciao, palmasco
utente anonimo
#18
16:04, 21 febbraio, 2005
Sottoscrivo tutto quello che ha scritto Gilgafabrizio.
PlacidaSignora
#17
15:37, 21 febbraio, 2005
Palmasco, il film del quale non ricorda il titolo è "Nell", con Jodie Foster, produzione USA degli anni '90.
Difficile comunque trovare qualcosa di preciso circa un film con Google o un qualunque motore di ricerca non specialistico con una ricerca generica di termini senza operatori (servirebbe almeno quello di adiacenza, e film andrebbe messo all'inizio e non alla fine, per dire). Meglio IMdB e usare keyword in inglese.
Interessante però l'elenco di siti risultante, conferma in parte quanto sotto scrive CaraCaterina.
Tornando in tema, i punti di vista possibili su una storia narrata sono davvero tanti quanti i possibili lettori, e moltissimi non sfiorano neppure la mente dell'autore quando la scrive.
E in particolare nei racconti in prima persona, non bisogna dimenticare che la figura del narratore
è
uno dei personaggi del racconto, non necessariamente l'alter ego dell'autore, e non sempre bisogna prendere acriticamente per buono quel che afferma.
Anzi, ci sono racconti - e James è un esempio perfetto di questo - nei quali la chiave per la comprensione della storia è proprio nell'arrivare a diffidare di quanto il narratore racconta. Tanto per citare solo qualche titolo "The figure in the carpet" (emblematico), "Turn of the screw" (dal quale pure è stato tratto un film), "What Maisie knew" (chi narra è una bambina, che non sa il significato o non ha modo di interpretare molto di quel che ha visto) e "The Aspern Papers" (l'antitesi del modello letterario classico in cui il narratore è onnisciente).
Quel che conta, alla fin fine, non è l'ipotetico
significato
del racconto (e al diavolo l'ermeneutica) ma la ricerca (quest) che il lettore fa per arrivare al proprio personalissimo punto di vista.
Il simbolo, perdìo, energia semantica, divenire di senso, vivo e vitale quanto la metafora che gli ermeneuti cercano è polverosa e cristallizzata!
È la consapevolezza del lettore a far si che quanto legge sia arte.
James auspicava (sperava?) un lettore ricco di strumenti critici.
Divergevano due strade in un bosco,
ed io - io scelsi la meno battuta,
e da questo ogni differenza è venuta
gilgamesh
#16
15:25, 21 febbraio, 2005
Signora Franca, è così.
Caracaterina, che le scritture avvengano attraverso noi lo considero un mero accidente della carne, inevitabile ma non fondamentale.
Effe
#15
15:08, 21 febbraio, 2005
Devo dire che non è male nemmeno seguire l'eco del testo qui nel cunicolo stretto dei commenti, dove ogni idea ne accende un'altra e ogni enciclopedia personale ne arricchisce un'altra (caracaterina m'ha fatto pensare agli iceberg vagabondi sui ghiacci, parzialmente sommersi, falsamente inerti, che si scontrano, si sciolgono, s'incollano, si dividono e si moltiplicano, affondano transatlantici, ecc. ecc.). Una parte del testo
diviene
qui, senz'altro.
lasignoraFranca
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