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Commenti
19:14, 19 aprile, 2005

al di là del dibattito "letterario" (un al-di-là che però tornerà presto, perchè ho cominciato la lettera di moresco e da lì sto preoseguendo cautamente), dicevo: secondo voi,fratelli, dopo la fumata bianca appena sbuffata e il magnificente Ratzinger-del-cazzo sporto alla finestra, almeno ora, per dio, mi saranno concessi quanto meno -che ne so?- una quarantina di post in bella e fluida lingua tedesca?

Anzi: aprirò un nuovo blog e ci metterò tutto l'anticristo in chiave moderna. Cioè, nella stessa.

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18:32, 19 aprile, 2005

Andy, don't worry...

sesto
utente anonimo
18:31, 19 aprile, 2005

"(Poi, sicuramente, a discutere di persona, le opinioni e i ragionamenti acquistano una complessità e un'articolazione che difficilmente sta tutta nello pazio di un commento...)"

Razgul, prendo queste tue parole a paradigma e ti do pienamente ragione. Solo su questo però... Un abbraccio.

sestoempirico
utente anonimo
12:17, 18 aprile, 2005

Due righe di fretta, ho la febbre ed occhi temporaneamente non adatti alla contemplazione informatica:
x alderano= tu pompa l'ego, che a pompare altro ci penso io... :D
Fellatio non petita...
x sesto=come avrai capito la mia presa di posizione era dovuta a un errore di comprensione, per altro non limitato alla mia persona.
x lorenz= alderano ha espresso in maniera più generale il mio pensiero sul rapporto tra massa dormiente e sparuti eroi insonni, che purtroppo spesso io resco ad esternare solo con esempi provocatori, senza voler mettere mano alle caverne di Platone o ai vetri rossi di Wittgenstein.

Mi riservo di tornare sull'argomento quando la lucidità farà ricomparsa, soprattutto sugli spunti di Sesto. Per ora buon Conclave a tutti.
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23:43, 17 aprile, 2005

Scusa la franchzza, Sesto, ma tu (ed Ernesto, per quanto possa essere che intendesse altro) dovreste fare un bel refresh. Questi discorsi hanno tre dita di polvere e ben poco a che vedere con la sostanza reale del dibattito odierno.
(Poi, sicuramente, a discutere di persona, le opinioni e i ragionamenti acquistano una complessità e un'articolazione che difficilmente sta tutta nello pazio di un commento...)
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23:24, 17 aprile, 2005

P.S. Kundera è davvero bello...

Sestoempirico
utente anonimo
23:22, 17 aprile, 2005

Sì, diciamo che siamo d'accordo. In effetti è stato il mio cirque personale a farmi entrare nel tuo. Continua a scrivere, alderano. Aspetto un lungo romanzo (lungo, ma non è necessario che lo sia, naturalmente) ...

Un abbraccio,

Sestoempirico
utente anonimo
19:35, 17 aprile, 2005

Sesto, la tua chiarificazione è opprtuna, anch'io avevo inteso ciò che prima dicevi nel senso di Andy - che nel frattempo, dalla Lipperini, mi solletica la virtù di maestro nel senso del simposio...;-) (grazie, ma in questo modo il mio ego si pompa a dismisura...)
Anch'io credo che la letteratura oggi annoi, e non dica nulla - non tanto di nuovo - quanto sulla vita. Sicché concordo con quanto dici: tranne che sul concetto di nuovo e di meraviglia: oggi ce n' anche troppo, la psiche vive di choc continui, e non si meraviglia più di niente. E' proprio la meraviglia della non-meraviglia che occorrerebbe risvegliare, l'attenzione al limite della lingua (che è poi il limite del mondo) - richiedere una partecipazione del lettore che è impegno e concentrazione.
Ti ringrazio delle parole sul mio cirque, e non sta a me parlarne. Ma visto che lo porti ad esempio di ciò di cui stiamo parlando, dico che a mio parere esso non è digeribile non solo per l'impegno e la fatica (la concentrazione) che richeide al lettore, ma forse anche perchè, in realtà, richiede una messa in gioco della persona-lettore - e tu, reduce per esempio da un cirque vissuto, capirai a cosa mi riferisco. (detto altrimenti: la mia idea di letteratura procede osmoticamente dalla e con la vita: in questo non ha nulla di nuovo da dire perchè è già sempre nuova).
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19:26, 17 aprile, 2005

Lorenz, senza bisogno di arrivare a stockhausen, che non ascolto neppure io, sono convinto che ci sia un ottundimento di massa. e ci sia una minoranza di persone capace di sottrarsi a questo, capace di apertura e di ascolto. così, diventa normale che la 'gente' lotti con unghie e denti per difendere il suo sacro e santo diritto di abbruttirsi con la spears (o con il grnade fratello o con ogni cosa anloga) - i ragazzi, poi, tendono a essere conservatori, e sono diffidenti nei confronti di chi vuole sottrarli alle loro abitudini, indicandogli un mondo sommerso, a loro sconosciuto, e molto più ampio e ricco di quello che rientra nel già noto. neinte di nuovo, in fondo, si tratta della destinale paura dell'altro, e del diverso.
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19:06, 17 aprile, 2005

Con tutta modestia, mi sembra che qui si facciano anche teorie su cosa la letteratura dovrebbe essere, su cosa significa letteratura, su cosa ha la dignità di essere chiamato letteratura. Mi sembra che nella storia della letteratura i momenti simili a questo (cioè di teorizzazione esteriore) siano quelli di massimo imbarazzo letterario, dio massimo impaccio. Non ho affermato che la letteratura sta morendo, nè che dovrebbe morire, ma semplicemente che essa reclama qualcosa di nuovo, cioè essa non vuole (nè può) più essere questa letteratura, perchè è divenuta sterile, si è esaurita, come ogni cosa. Il che non significa che non sia bella: l'arte è sempre bella, ma vi sono momenti in cui ha bisogno di cambiare. Il Decameron resta sublime e insuperabile, ma non si può scrivere oggi una cosa simile al Decameron, e i motivi li capite anche voi. Non molto tempo fa un amico di alderano, Ernesto (che mi permetto di chiamare in causa), si lamentò con me, in mezzo al casino di una festa, di come i nuovi scrittori siano ripetitivi e noiosi, di come l'arte si sia arrestata a Joyce e a Godard, di come le cose più recenti fossero per lui irrimediabilmente poco originali. Ora, è vero che ernesto era un po' ubriaco, ma credo che avesse ragione. Non ho inteso dire che stiamo assistendo alla fine della letteratura - ci mancherebbe, cazzo. Dicevo che la letteratura cerca via nuove, vuole esprimersi in nuove potenze e nuovi modi (quali siano questi modi, non saprei dirlo, altrimenti mi metterei a rivoluzionare la letteratura, e non sono capace di farlo). Non c'è dunque da stupirsi, alderano, se la gente preferisce un libro di merda, che non leggerei mai, al tuo bellissimo cirque de la solitude... da un lato è troppo poco digeribile per la massa (i libri di merda sono sempre esistiti, i coglioni che hanno successo pure, e tutti i più grandi autori se ne sono sempre lamentati); dall'altro non ha nulla di nuovo da dire, non conduce il lettore a ripensare la sua vita, se non in maniera marginale. Questo non significa, ripeto, che non sia bello (mi è piaciuto tantissimo, mi ha addirittura fatto piangere, m'ha fatto venire un nodo alla gola, te l'ho detto): significa che la nostra cultura ormai ha assimilato questo genere di cose. Quando Marino diceva che "è del poeta il fin la meraviglia" non diceva a mio avviso una cosa così banale come i suoi (troppi) detrattori vorrebbero far credere: o per lo meno può essere interpretato in maniera assai meno banale.
Un'altra cosa che intendevo dire è che queste speculazioni, rispettabilissime, che tuttavia non hanno nulla a che fare con la letteratura, non giovano certo alla letteratura stessa.
Infine, a mio avviso, ci sono troppi scrittori, come ci sono sempre stati, che sono convinti di essere la nuova stella del secolo, e che invece hanno un modesto valore letterario. Secondo me si dovrebbe distinguere bene ciascun caso.

P.S. Con tutto questo non sto criticando nessuno, è solo una riflessione rapidamente buttata giù, con tutti i limiti che ne derivano. Adesso vado a leggere Kundera, che non ho mai letto, e vediamo se mi piace.

Sestoempirico
utente anonimo
#9  
16:12, 17 aprile, 2005

PS precisazione: con le ultime frasi non intendevo dire che Caliceti e gli indiani combattono la sessa battaglia, ma che Caliceti non è il "nemico", e che spiace vedere gli indiani incazzarsi tra loro per i differenti modi con cui trattano ospiti come Caliceti.
Lorenz
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#8  
16:02, 17 aprile, 2005

"E se a scuola provi a spiegare perchè MTV è la rovina della musica, e perchè c'è un universo musicale sconosciuto di fronte alla superficie delle britneyspears, trovi immancabilmente chi non accetta di rinunciare al suo allegro imbruttimento" (Alderano)
"L'esempio della musica (e qui mi rivolgo a Pistorius) tocca i grandi problemi della meglio gioventù dei nostri giorni come sintomo di appiattimento culturale in ogni campo: la differenza tra britney spears e karlheinz stockhausen va di pari passo con quella tra rapinare un minimarket e leggere un libro" (Andyviolet) "a Lorenz (le cui coordinate sono: prima il pane - inteso come mettafora dei bisogni primari - dei libri" (Alderano) "Sì, vabbe', cazzo, Sesto e Lorenz, ma vi pare una cosa così banale e riduttiva?"
Mi rendo conto che discorsi di piatto buon senso - come credo sia il mio - stonano quando si vuol volare alto, ma quando parlavo di approccio inclusivo intendevo dire che idealismo e realismo possono convivere e comprendersi. Ora, premesso che non di solo pane vive l'uomo, la frase di marco sui teenagers affezionati a MTV descrive una doppia realtà: la musica "superficiale" alla britneyspears che causa abbruttimento e la musica "profonda", sconosciuta ai più, che causa abbellimento. E i teenagers dimostrerebbero la loro piattezza culturale e la loro stupidità rinunciando ad accedere a questo livello più profondo quando qualcuno gli apre loro la porta. E' chiaro che non è così, che neanche marco crede questo, suppongo. Ora, io criticavo con ironia questa frase manichea ricordando che i teenagers di oggi hanno spesso disturbi caratteriali e di apprendimento che impediscono loro di apprendere anche i contenuti minimi delle matrie di base, figuriamoci se molti di loro, alla loro età, sono in grado di capire la differenza profonda tra la spears e stockhausen; si aggiunga che molti loro docenti, me compreso, non hanno mai ascoltato né l'una né l'altro!!!!
Sulla restaurazione io non nego la validità del problema posto da Moresco e in fondo son d'accordo (in gran parte) con la critica della Benedetti a Caliceti, ma non capisco l'astio e la volontà di ridicolizzare, presente a volte in alcuni commenti, ad es. quando la Benedetti ha fatto le pulci al termine "marginalità", che Caliceti aveva usato in un modo più che comprensibile (anche se non per forza condivisibile). Quindi, in sostanza, come dicevano Inglese e Marco, Caliceti sembrava fosse il nemico, quando tale non è. La mia critica , insomma, è questa: a volte si creano divisioni tra persone che combattono la stessa battaglia solo per eccessi verbali, per toni troppo alti o per eccessiva superbia intellettuale.
Lorenz
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#7  
14:12, 17 aprile, 2005

Caro Andy, prendo atto che non di decadenza si tratta ma di pessimismo (sarà per questo che per spiegare la logica dello stagirita mi viene d'usare il sintagma 'l'uomo è malvagio'?).
Hai risposto per me a Sesto (notevole esempio wittgensteiniano di opera di chiarificazione del linguaggio..) e a Lorenz (le cui coordinate sono: prima il pane - inteso come mettafora dei bisogni primari - dei libri. Ora, anche se non si crede che ci vogliono pane E libri, pane E rose, resta il fatto che qui il discorso verteva sulla sfera culturale e sulla formazione).

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#6  
11:06, 17 aprile, 2005

Caro Alderano, sarà stato forse il cappellino sulla fine Ottocento a investirmi dell'aura di laudator temporis acti, ma ti assicuro che da studente di medievistica e in generale di discipline storiche, ho smesso di abbandonarmi alle lusinghe lascive del concetto di decadenza. Se pessimismo ravvedi, esso tocca punte di eternità che al limite annullano la possibilità di percepire una decadenza (!).
Sesto, l'immagine che suggerisci alla mia sonnecchiosa mente (scrivo alle 10 del mattino di domenica, in una condizione prossima all'oblio dell'identità) è quello di un accanimento terapeutico degli intellettuali o presunti tali su una Letteratura morente, e suggerisci l'eutanasia, giacchè senza morte non si raggiungeranno mai nuovi campi elisi. Questa si che è una radicale percezione di decadenza! Sinceramente non credo che così si centri il problema: cominciamo a fare una fruttuosa sostituzione di termini, dall'astratto al concreto, non più la Letteratura, ma i Letterati, non la Filosofia, ma i Filosofi. Il problema da noi dibattuto, posto in termini di concretezza, è proprio l'opposto di quello che dici tu, Sesto, ovvero la difficoltà estrema di nuovi scrittori, in astratto nuovi corsi della Letteratura, a inserirsi nel circuito commerciale e nella diffusione di massa, a causa della cristallizzazione dei canoni di commerciabilità, da un lato, e di una educazione piatta e superficiale dall'altra, fenomeni che interagendo spostano continuamente il termostato della curiosità e della fame di sapere verso l'anoressia culturale. L'esempio della musica (e qui mi rivolgo a Pistorius) tocca i grandi problemi della meglio gioventù dei nostri giorni come sintomo di appiattimento culturale in ogni campo: la differenza tra britney spears e karlheinz stockhausen va di pari passo con quella tra rapinare un minimarket e leggere un libro (ovviamente non prendete troppo alla lettera l'esempio). Il problema della letteratura non è quello di essere morta o moribonda, ma di essere viva e non riuscire a farlo sapere!
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#5  
10:53, 17 aprile, 2005

Sì, vabbe', cazzo, Sesto e Lorenz, ma vi pare una cosa così banale e riduttiva?
Scusate, ma cadono veramente i coglioni.
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#4  
00:54, 17 aprile, 2005

La discussione su nazione indiana intorno alla Restaurazione è piuttosto imbarazzante. Spiace vedere su fronti opposti persone che combattono la stessa battaglia. E' il solito discorso tutto interno a chi sta a sinistra. Ci sono spesso frustrazioni personali alla base di tutto questo, inutile nasconderlo. A me spiace manchi un approccio inclusivo alle posizioni oltranziste della Benedetti e di Moresco, un approccio che noto invece nei tuoi interventi e in quelli di Inglese, ad esempio; intendo dire: si può essere radicali nei contenuti senza essere incazzati e imbestialirsi se qualcuno dimostra di non saper reggere il confronto intellettuale e si rifugia in luoghi comuni o in argomenti ad personam.
Sul ruolo della scuola, caro Marco, la tua preoccupazione sulla preparazione musicale mi pare sia "marginale" ;-) rispetto ai molti problemi dei teen agers, che han più bisogno di assistenti sociali che di insegnanti...
Lorenz
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#3  
20:33, 16 aprile, 2005

Io credo che siano tutte queste teorie strampalate a portare la letteratura ai margini... E il fatto che si senta il bisogno di fare teorie strampalate è sintomo che la letteratura sta morendo. Come anche la filosofia. Attendono nuovi orizzonti: e non è, credo, una frase ad effetto. Questo è uno di quei momenti nella storia dell'uomo in cui tutto, le, le cose, i pensieri, le abitudini, i fini, sono talmente schifati di sè stessi che reclamano insistentemente una strada diversa. E il sintomo ne è, appunto, che ci sia da parte di molti una mobilitazione per salvare tutto, per giustificarlo, per giustificarne la stessa fine per sottrarla - la fine - alla sua compiutezza di fine, per mantenerla sullo stesso sentiero.

sestoempirico

utente anonimo
#2  
19:09, 16 aprile, 2005

Mi pare che anche questa sia una notazione erotica. Cose da greci, insomma.
Sì, senza dubbio il problema va inscritto nell'emergenza della cultura di massa. Tuttavia non sarei così adornianamente catastrofico, come mi pare di cogliere dalle tue parole. Nel senso che non è che siamo passati da un'età dell'oro a una del ferro. Direi di rinunciare alla tentazione ricorrente - elitarista e un po' reazionaria - di una decadenza storica, e concentrarci sull'analisi dell'epoca attuale. Detto questo, sono d'accordo: la scuola è il luogo propulsore dove si forma l'idea di una cultura astratta e priva di passione, per cui lo stimolo, la pulsione, l'eccitazione, il contagio, sono delegati alle altre 'agenzie formative' - i mass-media in primo luogo - dell'età del consumo. E se a scuola provi a spiegare perchè MTV è la rovina della musica, e perchè c'è un universo musicale sconosciuto di fronte alla superficie delle britneyspears, trovi immancabilmente chi non accetta di rinunciare al suo allegro imbruttimento.
Però c'è l'altro polo da tener presente: l'isolamento, l'atomizzazione delle elites culturali (che vorrebbero cambiare ma 'non possono' perchè il mercato funziona così), la loro rinuncia a fare un lavoro d'insieme che spinga le cose in un altro verso. Al momento, mettiamo che tu scriva un romanzo, che lo mandi a una casa editrice, che il tuo romanzo venga giudicato molto, molto bello, ma che è impegnativo e dunque non pubblicabile. Come puoi biasimare il singolo responsabile? Ma se ci fosse un'integrazione delle singolarità in una comunità d'intenti, se ci fosse una diversa disposizione - una speranza, mettiamola pure così, invece che la rassegnazione - allora credo che qualcosa potrebbe pure cambiare.
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#1  
12:00, 16 aprile, 2005

Anche se ultimamente sono poco presente nel circolo del pensiero critico (avrai notato che parlo volentieri solo di sesso nei giorni fin qui trascorsi, l'unico argomento che risvegli un riflesso nella mia adombrata mente subclinica), in un raro momento di lucidità metto mano a Nazione Indiana e assisto a un cortese scambio di opinioni sulla marginalità della Letteratura, roba da rinverdire i fasti di una fine ottocento tra le colonne della Nuova Antologia, quando le critiche letterarie e le stroncature (riferimento ad Aldo Nove? Chissà) avevano odore di polvere da sparo e di duelli alla rivoltella consumati all'alba. Non che il tema non meriti una così ampia risonanza: qui si parla della cesura tra Letteratura e non, tra arte e non, e della negativa rivoluzione copernicana che ha portato il NON al centro del sistema dell'editoria. Leggo Caliceti, e ci trovo più che un'accettazione, un compiacimento della marginalità, quella specie di gioia residua che hanno gli individui Fuori, per il vago senso di unicità e la fascinazione romantica dell'antitesi eroica del prodotto di nicchia, leggo la Benedetti e sento nelle orecchie il suo urlo accorato, quello della Letteratura che invitata al party della casa editrice viene stritolata a ridosso della parete da una fiumana di inchiostratori di volumi, giacchè a forza di essere spinti al margine, o si cade, o ci si rompe l'ossa. Ma veniamo al punto focale del mio intervento, che non sia solo un riassunto delle puntate precedenti, quello che canonicamente inizia con la professione del Credo: io credo, dunque, che la marginalità della letteratura sia sancita in primo luogo dal pubblico. Per quanto detestabile per molti aspetti, Edoardo Scarfoglio comprese bene questo meccanismo, quando all'indomani della tanto agognata libertà di stampa, capì immediatamente che l'allargamento totale del pubblico avrebbe instaurato una dittatura del gusto basso, della mediocrità. Mettersi in mano a una maggioranza di persone che a stento sapeva leggere, cercando di incontrarne i gusti per ovvi motivi di sopravvivenza commerciale, ha impresso il moto originario dell'orologio perpetuo di cui ora discutiamo. E questo, ahimè, in ogni campo dell'arte. Alderano, tu citi giustamente la musica, come Philippe Daverio con tristezza ammetteva, pochi mesi fa da Fazio, che oggi un'opera d'arte è sancita dal gallerista che la ammette alla mostra, in base a requisiti di vendibilità. Posta in questi termini, il problema della marginalità non sta nella Letteratura stessa, che se pretendessimo di risolverlo dall'interno, non potremmo che snaturare l'opera d'arte per centralizzarla: sarebbe come chiedere a Picasso di riscostruire il suoi quadri senza cubismo perchè se no non si capiscono. Il principio del guaio sta nel tuo post sulla situazione scolastica, e in generale sull'educazione. Tutto il procedimento restaurativo (concordo pienamente che sia in atto) non può tenersi in piedi se non sul mancato sviluppo della capacità critica del grande pubblico, che è nudo, privo di mezzi e metodi, ma grasso, imbottito di nozioni. Cosa ne pensi, duca?
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