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13:42, 27 maggio, 2005

Gentile Georg, non la considero un intruso, tanto più che siamo entrambi ospiti di wXre, nella speranza che Azioneparallela voglia ancora kantianamente bacchettarmi almeno “un po'” per quest'altro lenzuolone...

La discriminazione di cui Ella chiede “veniva”, mi pareva, nel corso di una classificazione psichiatrica ottocentesca, sulla base di una presunta obiettiva scientia sexualis nata in area germanica, secondo la quale vennero costituiti gli “omosessuali” come gruppo tipico diverso e separato dalle persone comuni e dalle virtù e i vizi comuni. Tale meccanismo classificatorio per meglio governare i nuovi soggetti definiti - mi scusi il bisticcio, anzi è il caso di dire l'inversione di parole - dall'oggetto delle loro cosiddette pulsioni “sessuali”orientate verso lo “stesso sesso”, ovvero il proprio “doppio” aureolato da un tipico sex appeal eternamente giovane, più o meno palestrato e monospettrale, è all'origine, in età moderna, di una discriminazione storicamente contingente ma non necessaria alla quale la psicanalisi, lo stesso Proust ( in “Sodoma e Gomorra”), Oscar Wilde, Gide, Colette eccetera, ed anche la Chiesa, si sono opposti con conoscenza di causa e con saggezza, mi pare, fin dall'inizio.

Da allora, tra il dirsi “omosessuale” e il rifiuto di dirsi tale, si è aperta una dialettica “molto ambigua” ( Foucault), perché da una parte è una trappola per numerose persone che si considerano ridotte al “sessuale”, dall'altra l'assunzione fissa, contratta e militante della maschera o presunta identità omosessuale permette la creazione prima di “acide conventicole di omosessuali “ ( Colette) e poi di lobby e di un Partito gay transnazionale per rivendicare dei diritti agitando i gay ora come vittime del vittimismo organizzato e ora come orgogliose e fulgide bandiere arcobaleno della liberazione e del Progresso. A Cuba, per esempio, il proclamarsi gay ( che non è categoria sessuale, ma sociologica-militante, a partire dalla foglia di fico messa sull' “omosessuale” - permette il diritto di prendere calci nel culo con l'obbligo di applaudire; in numerosi paesi islamisti quello di tacere per non essere impiccati – sulla base di almeno quattro testimonianze di maschi ( la testimonianda di una donna vale la metà) per atti considerati crimini-peccati contro il diritto del Dio Allah ( il cui trono, dice un hadit, traballa, allorché due maschi s'inculano, per dire l'atto con il suo proprio nome ); e nei paesi occidentali – nelle poche isole di democrazia esistenti al mondo – il diritto di concentrarsi visibilmente in un Partito gay e – in base a una Teoria omosessuale e monosessuale – rivendicare, sempre in base all'argomento politico-ideologico della discriminazione, il diritto all' uguaglianza a partire, con politica e strategia graduale, prima dall'approvazione legislativa del Pacs e poi dal matrimonio indifferenziato, che abolendo le dizioni “marito e moglie” come nell'illuminata Spagna Zapatera “sfalda finalmente il Bio-potere esercitato dagli eterosessuali ( come esultando afferma un dirigente transex o queer del Partito gay, partita all'assalto di una presunta “aristocrazia” eterosessuale democraticamente da odiare ) e rende anche una coppia convivente più e meno stabilmente di due uomini o di due donne “coniugi” a tutti gli effetti di legge.

Grazie a che si è cambiati? I movimenti “ civili-sociali” ( non “odiosi”, per carità, ma semplicemente populisti da quando si sono infeudati alle vecchie teorie desideranti e a partiti come Ds, Rifondazione comunista e Comunisti italiani con la kefiah ), non sono del tutto estranei a un cambiamento dai tratti contraddittori in cui si mescola il meglio e il peggio, entrambi nemici del bene. Tuttavia, come notavamo con il compianto amico e psicanalista Elvio Fachinelli fin dagli anni Ottanta, a produrre l'accettazione o il rifiuto delle omosessualità ( e qui mi riferisco solo a quelle maschili , di quelle femminili parlino, se del caso, le donne ) è un mutamento più profondo e complesso del senso della virilità nei paesi occidentali ad alto livello di sviluppo. Accenno solo al fatto che, al fondo della paura di perdere la propria virilità a fronte dell'omosessuale ( di quello manifesto e di quello presente in ciascun maschio) c'è la presenza di una figura inquietante, castrante e sdifferenziante, che spesso rimanda più alla madre che al padre. Si può dunque supporre che il mutamento della posizione della donna-madre, più autonoma e meno bisognosa di trovare nei figli una giustificazione di se stessa, recuperando in loro un potere da cui è esclusa, o il Fallo ( che come insegna il femminismo più avvertito dopotutto non è il cazzo ) sia decisivo sotto l'aspetto sia di una maggiore accettazione delle omosessualità sia da una certa demoralizzazione del pene in Occidente. Diminuita virilità, quindi, nel senso tradizionale, maschilista, dei maschi, per la ridotta capacità di identificazioni decisive col padre, e quindi smemoratezza che può apparire anche in forma di un certo relativismo etico o anche di maggiore leggerezza, in taluni casi molta bastardaggine e un qualche disorientamento; dall'altra parte, però – con le parole di Elvio Fachinelli - “ minore drammacità e, si direbbe, maggiore facilità e sicurezza nell'assunzione di un ruolo maschile meno impegnativo, per la maggiore autonomia della madre”. Di conseguenza, accresciuta tolleranza delle omosessualità manifeste e di quelle tendenzialmente esistenti in ciascun maschio. Da consumo segreto e da sofferenza-piacere individuale, le piccole e grandi omosessualità – differenziate per specializzazioni, nell'epoca delle specializzazioni, diventano fenomeno diffuso, spettacolare e di largo consumo.

E' tale tendenza che è stata captata, monopolizzata e sindacalizzata come terreno di reclutamento dalla Teoria omosessuale e monosessuale del Partito gay, che ha interesse – per motivi ideologici, di tesseramento politico e di piccolo commercio a mantere in piedi l'argomento della discriminazione verso gli omosessuali, a stimolare , creare e gestire un clima di vittimismo organizzato e ad agitare contro chiunque non sia daccordo con la riduzione della sessualità a gesttione ottimale dei bisogni il feticcio dell' “omofobia” - servendosi, peraltro, ma invertendole a proprio uso e consumo, delle stesse vecchie teorie psichiatriche e di controllo che avevano portato a classificare e a costituire, a torto, le omosessualità come la malattia- ribadita con notevole ricchezza lessicale: «anormalità», «anomalia», «inversione», «deficienza», «perturbazione», «difetto», «tara», «tendenza aberrante» - di un gruppo di soggetti “sostanzialmente” diversi dalle virtù e i vizi, le fragili felicità e le paure, le modeste deviazioni e le piccole o grandi ossessioni di noi maschi, o maschietti o anche maschiacci.

Ancora una volta, con le parole di Giacomo Contri, si tratta di “ un Partito mondiale e trasversale, con dirigenti, militanti, un’organizzazione, un’influenza potente, una Teoria estesa e un programma estendentesi. L’ano è solo una leva, neppure l’unica. Un mezzo, non un fine. Nei pubblici dibattiti continuiamo a caderci tutti, ossia nell’idea che staremmo parlando di omosessualità. Questa è solo un passaggio, nonché terreno di reclutamento, fin che dura. Fin che dura, per esempio l’argomento ideologico-politico della discriminazione verso gli omosessuali. Che è solo un argomento a chi grida più forte e per primo, trattandosi di un Partito che ha l’auto-discriminazione volontaria tra sessi come programma: il reciproco apartheid dei sessi, la discriminazione del mondo secondo due o più varianti sessuali (gender), a partire dalla discriminazione reciproca e consensuale delle due “metà del cielo”. “Odiamoci democraticamente!”


Non sono contro le unioni civili, purché non rappresentino una tappa per l'abrograzione del matrimonio strappato, in nome della Teoria omosessuale e monosessuale, e tramite la fictio iuris dei coniugi sessualmente indifferenziati e dei figli indifferenziati, a una presunta “aristocrazia” eterosessuale. In questo ravviso una perdita, non un'apertura al rispetto delle differenze o una conquista democratica, liberale o libertaria.

Con le parole di Pietro de Marco : “ La perdita del differenziale simbolico è perdita di capacità di identificazione, perdita eminentemente culturale. La coppia umana bisessuale è radicalmente distinta dalla coppia di eguali (quella dell’amicizia, della sodalitas), funzionalmente e cosmologicamente. Nell'ordine del simbolico la coppia di eguali è non infeconda (lo è solo per l'aspetto procreativo), ma ordinata alla elaborazione del doppio, della iterazione o replicazione. La dimensione “feconda” della coppia di sessualmente eguali è l'amicizia. Che questo possa includere la relazione (omo)sessuale è noto; ma l'alterità rispetto alla coppia bisessuale-coniugale è nitidissima. Insistere sulla storicità delle differenze di genere non sposta tale evidenza, la rende anzi più cogente” ( Pietro De Marco).

Insomma, non ritengo per niente ovvio, scontato e auspicabile – come si sostiene – che una pratica omosessuale liberamente e consapevolmente accettata, oppure, come dice Grillini, “naturale” perché si nascerebbe “così” , deve ormai — così si sostiene oltre il Pacs e via Pacs— avere lo stesso riconoscimento di una pratica eterosessuale. Le cose non stanno proprio così e non sono così semplici come le si vuol fare apparire.

Quanto alla sua osservazione sul nostro ordinamento civile e giuridico, mi limito ad osservare che il sistema giuridico (con i suoi sottosistemi, primo tra tutti quello dei rapporti familiari) non è tenuto insieme da qualsivoglia istanza ideologica, ma da vincoli strutturali. Per una discussione in merito al diritto , rimando alla lettura di un un testo preparato per la Santa Sede da Francesco D'Agostino, Ordinario di Filosofia del Diritto, Università degli Studi di Roma Tor Vergata:
Pagine Cattoliche - Matrimonio tra omosessuali?
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=744

Un'indagine sulla dottrina giuridica italiana sul problema dell'omosessualità ( non esistono solo dibattiti, ma anche problemi) , a partire da un tentativo di confutazione di un'affermazione di Francesco D'Agostino ( «Ciò che spetta al giurista è mostrare che il problema dell'omosessualità non è un problema di diritto, ma di fatto» ) la si trova invece in:
http://www.culturagay.it/cg/saggio.php?id=102#top

Quanto alla sua considerazione che l'interesse per il corpo degli altri da parte della psichiatria, dei poteri medici, degli stati, dei governi eccetera è stato preceduto dall'interesse che la religione ha per il corpo, è vero. Tutte le religioni hanno, fin dai primordi, sviluppato in vari modi interesse per il corpo degli altri ( il velo islamico, per esempio, le circoncisioni, le purificazioni rituali eccetera). Fra tutte le religioni, la meno oppressiva e la più vicina al corpo e alle ragioni della santità del fragile corpo umano, credo che resti “ancora” la religione cattolica, ovvero l'incontro con quel vero “eterno giovane” che è Gesù il Cristo. Nel punto esatto di quella fenditura del soggetto che per tranquillità chiamiamo “sesso”, ovvero quel punto intenso e feroce in cui la vita va al di là della stessa piccola idea a cui abbiamo ridotto l'idea di vita.

Nell'attesa, non inerte, del Risorto con un corpo, con un'anima e con uno spirito molto al di là dell'egoismo del piacere e/o del dispiacere, e della Teoria della sessualità ridotta a gestione ottimale dei bisogni della gggente ( con tre “g”, mi raccomando).
Un saluto cordiale
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14:48, 26 maggio, 2005

gentile Gianni, mi scusi l'intrusione, lei dice che non v'è più discriminazione perché l'Italia è cambiata tantissimo - e mi pare di notare che Lei consideri positivo questo cambiamento. Pare quindi di poter dire che prima (pochi decenni fa) la discriminazione ci fosse. Quindi mi chiedo: da dove veniva? E grazie a che si è cambiati? E' sicuro che gli odiati movimenti "civili-sociali" siano del tutto estranei? Oppure la mentalità cambia da sé, motu proprio?

Inoltre, se ho capito, Lei parla di gestione politico-ideologica della sessualità: sento, magari mi sbaglio, echi foucaultiani nel suo discorso: mi riferisco alle celebri analisi sulla nascita del termine e sulla connessa ideologizzazione "liberatoria" come asse del discorso sulla sessualità, analisi che ribaltano il luogo comune "antirepressivo". Inoltre lei invita a un giusto abbassarsi dello sguardo al livello molecolare, dove, di nuovo se ho capito, non esiste tematizzazione se non fluida, nel riso e in qualche forma di riconoscimento reciproco. E fa notare che la "normalizzazione" delle omosessualità come mera variante dell'accoppiamento tende a appiattire in modo consolatorio e scioccamente buonista il carattere di differenza e l'elemento perturbante (dell'omosessualità e dell'amore), facendone perdere il significato specifico: alla fine è tutto uguale, fuso in un unico "volemose bene", basta che non ci si turbi a vicenda.
Se questo è in parte vero, occorre tuttavia notare che tale tematizzazione dell'"Omosessuale", tale "interesse politico-ideologico" per il corpo altrui come base di un discorso-potere non è invenzione del "partito gay", che è perlomeno arrivato secondo in tale gara, mentre il primato spetterebbe alla religione.
Secondariamente, quelli che lei chiama imperfetti abbracci (ma mi chiedo sinceramente quanti se ne possono dare di perfetti in vita, e se lo sono davvero tra uomo e donna, al di là di idilliaci quadretti, e come si faccia a distinguere, qui sulla terra, i vari gradi di imperfezione) sono comunque pratiche ineliminabili che avvengono in contesti concreti, non nell'aria. Ciò che a mio avviso è sensato chiedere - e che io sappia molti chiedono - non è affatto il "matrimonio" (e magari l'abito bianco, la casetta, la tv e il centro commerciale sotto casa in cui passare il sabato pomeriggio, come ogni famigliola nucleare che si rispetti), ma la possibilità che, pur nella diversità, siano garantiti degli elementi di prassi relativi al contesto di cui si diceva (detto piatto: alcune "garanzie sociali" o di welfare che, progressivamente estese alle coppie di fatto, non riguardano la natura "ontologica" dell'unione ma garanzie e tutele giuridiche che dovrebbero valere per le persone in quanto cittadini, non in quanto omo, etero o altro. E' questa una prospettiva riformista-buonista-nichlista-materialista-bisognista? Non so, a questa stregua allora tre quarti o più del nostro ordinamento civile e giuridico lo è).

georg
utente anonimo
12:33, 25 maggio, 2005

Bene. Cosa fatta capo ha, come direbbe anche mio padre; e non mi scusi , Azioneparallela, se dovrò darle, in camera charitatis ( se la comunicazione fosse davvero una forma di carità !) , qualche altro corto o lungo dispiacere.

Mi riferisco alla sua domanda se i gay siano discriminati o no. Le rispondo di no, che nei paesi occidentali ad alto livello di sviluppo le persone che praticano le più diverse forme di omosessualità – e che peraltro non sempre e necessariamente si vivono o si considerano come gay o coincidono con la Teoria e il Partito gay - non sono discriminate né dal diritto né dal costume.

L'Italia è cambiata tantissimo , le persone fanno quello che vogliono, le campagne anti-omosessuali di certi elementi rozzamente maldisposti ( del genere: “ Ma dove andremo a finire!” ) non portano alcun consenso e c'è oggi una visibilità inquieta e una parvenza di libertà impensabili solo pochi decenni fa.

Ad avere e a creare problemi che hanno poco o niente a che fare con le cosiddette omosessualità, se non come leva di reclutamento da parte dei sinistri guardiani dei bisogni, è il Movimento percorso dalle vecchie teorie della liberazione della cosiddetta “sessualità” intesa come gestione populista e ottimale dei bisogni della gente ; un movimento di bassa bestialità politica, nobilitata e coperta da quella vera e propria foglia di fico costituita dal termine “gay”, termine abbagliante, sociologico e politico-spettacolare.

In questo concordo con lo psicanalista Giacomo Contri allorché osserva che : « “Gay” significa un Partito, mascherato da più vago “Movimento”. Oggi la parola “Movimento” va forte. E non è neppure certo ormai che il Movimento-Partito sia ancora da chiamare “gay” (il tempo passa anche per il dubbiamente gaio gay-ismo).

E’ un Partito mondiale e trasversale, con dirigenti, militanti, un’organizzazione, un’influenza potente, una Teoria estesa e un programma estendentesi. L’ano è solo una leva, neppure l’unica. Un mezzo, non un fine.

Nei pubblici dibattiti continuiamo a caderci tutti, ossia nell’idea che staremmo parlando di omosessualità. Questa è solo un passaggio, nonché terreno di reclutamento, fin che dura.

Fin che dura, per esempio l’argomento ideologico-politico della discriminazione verso gli omosessuali. Che è solo un argomento a chi grida più forte e per primo, trattandosi di un Partito che ha l’auto-discriminazione volontaria tra sessi come programma: il reciproco apartheid dei sessi, la discriminazione del mondo secondo due o più varianti sessuali (gender), a partire dalla discriminazione reciproca e consensuale delle due “metà del cielo”. “Odiamoci democraticamente!”

La trasversalità raccoglie i suoi frutti in secolari incertezze quanto ai sessi, tanto negli individui quanto in Dottrine morali ritenute al di sopra di ogni sospetto. Inoltre, il Nazismo quanto a omosessualità “latente” non era secondo a nessuno in tutto il suo “maschilismo”. E quanto ci vorrà ancora per accorgersi che tutto il lessico ingiurioso verso l’omosessualità (c..o, cu..one, fr..io, ch..ca eccetera) è omofilo, e le è omologo? Il gay pride è una captatio benevolentiae della malevolenza apparente nei riguardi dell’omosessualità: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” è diventato slogan gay. Il Partito è militante fino a missionario: converte a sé anime già disposte benché ancora maldisposte... » ( da Giacomo Contri http://www.studiumcartello.it/ARCHIVIO-B&B/04-18-b&b.htm )


Le omosessualità prosperano, nel bene e nel male e da che mondo è mondo, sommerse, diffuse e praticate, in maniera ovviamente molecolare, nel corpo sociale, mentre quelle compatte, falsamente comunitarie e neo-gay, ideologizzate e tesserate dai guardiani dei bisogni oscillano, riflettori puntati in spazi concentrati ed evanescenti, tra protervia, una profusione di discorsi, lagne e chiacchiare sulla sessualità ( per meglio controllarla, anzi gestirla in modo ottimale “un attimino”) e vittimismo organizzato.

Fingendo addirittura di essere una comunità di soggetti speciali, diversamente dotati ( ora come Michelangelo ora come poveri disabili) i neo-gay vengono gestiti, come e ancor più degli ultra, da” anime già disposte benché ancora maldisposte”, come se fossero davvero un gruppo tipico sostanzialmente diverso e separato dalle persone comuni e dalle follie e le virtù comuni.

C'è qualcosa che non va nella volontà proclamata a gran voce di dover duramente conquistare la “propria” diversità per diventare finalmente uguali e sfaldare il cosiddetto “Bio-potere”: qui c'è come una forma di rivalità mimetica, di odio o semplicemente di ritorsione nell'assalto alla conquista non solo del riconoscimento, per legge, dei diritti e dei doveri delle coppie di fatto esistenti in società, indipendentemente dal sesso dei conviventi, ma nel tentativo zapatero e almodovariano di strappare il “matrimonio” a una presunta “aristocrazia” eterosessuale, come se fosse un privilegio da cui i neo-gay desiderosi solo di essere normali e di formare una coppia normale con figli normali sarebbe ingiustamente esclusi.

In una società che per sua costituzione poggia su fragili basi pulsionali ed è normalmente “un po'” fobica, le vittime del vittimismo organizzato ( e non mi dica che questa è un'enormità) sono perversamente spinte dai sinistri guardiani dei bisogni, ad andare a disporsi esse stesse, nella maggior parte dei casi, sull'ara della cosiddetta “omofobia”, con il risultato che tanti agnelli sacrificali arrostiti, tesserati e agitati come bandiere progressiste e libertarie sentono un tipico odore d'aglio...

Insomma, tutto questo gran parlare di discriminazioni e di liberazione della “sessualità” dal cosiddetto “Bio-potere” e di lotta pura e dura di tanti “innocenti” e “progressisti disposti ancorché maldidisposti” contro la cosiddetta omofobia” ( definita da Grillini "vera patologia moderna", non puzza un po' anche a lei ?
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22:13, 22 maggio, 2005

Come diavolo faccia non so, ma è quello che ho fatto. Le dò ragione: non sono stato cortese, me ne scuso. Però la bacchetta magica dell'espermento mentale che le suggerivo mi piacerebbe che non disdegnasse di impugnarla.
(Una sola cosa: non ho mica detto come Lei mi fa dire che tutto si risolve per me nella discriminazione di cui (non sarebbero ma) sono oggetto i gay. Al massimo, avrò detto che lei può decostruire e genealogizzare quanto vuole, ma poi una risposta alla domanda se i gay siano discriminati o no (dal diritto e dal costume) la dovrebbe pur dare. Però se non la vuol dare non la dia. Io sono stato scortese, e lei ha tutto il diritto di non rispondere.
(Mi dispiace per lo spocchioso, ma la ringrazio per il simpatico)
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13:48, 22 maggio, 2005

Ma come fa, caro Massimo (suppongo) di Azioneparallela, a interrompere “la piacevole lettura di Platone, che di traffici del desiderio ne sapeva molto” per leggere, bontà sua, anche il mio “secondo, lungo commento” ?

Come fa a dire: “L'ho letto tutto” e a chiedere: “ Ora mi dica lei: se io fossi in disaccordo praticamente su tutto, quante righe dovrei impiegare per spiegarmi?”

Come fa, un pensatore, un interlocutore filosofo non dilettante, a rincarare la dose accantonando “definitivamente” Platone e a porre la seguente gentile domanda retorica : “ mi metto a replicare a certe enormità che Lei ha scritto?”. E poi a buttar lì : “ Non ne vale la pena”.

E a pentirsi, poi, con studiata nonchalance: “ Mi perdoni se oppongo ai suoi argomenti una così sbrigativa opinione, ma non so come fare”.

Davvero, come fa? Come fa a dichiarare di essere “ soprattutto convinto che chi scriva così non ha la benché minima intenzione di mettere in discussione le proprie idee”, quando ha appena affermato che non vale la pena discutere ?

Come fa, Massimo di Azioneparallela, a essere così spocchioso, simpatico, per niente autoironico, e passare il resto della giornata ad agitare le mani davanti agli occhi come per scacciare un lungo, lunghissimo insetto fastidioso ?

Ecco, nel mentre esclama “ Per piacere! Per piacere!”, si eserciti Lei, con azione parallela, a scrivere un altro bello e corto commento in merito a ciò che per il suo Platone era “potenza inesauribile”, e che per Lei invece sembra ridursi alla solita lagna sulle discriminazioni a cui sarebbero soggetti i neo-gay e le loro ideologie.

P.S.
La sessualità è un linguaggio in cui ciò che non viene detto è più importante di ciò che si dice. Se per suo diletto il suo commento in merito alla sessualità le si dovesse allungare un po', non si preoccupi. E abbia pazienza se ciò che si eleva non è sempre propriamente quella contestazione precisa, circoscritta, definita a cui ella tanto tiene ( nel lodevole tentativo, quando le capita, di togliere di mezzo espressioni inutilmente polemiche e un po' vergognose ).

Quanto alla sua richiesta: “Elimini con un colpo di bacchetta magica Arcigay, sinistra intollerante e sindacalisti scaldasedie”, mi scusi, ma non sono dotato di quel tipo di bacchetta. Forse per richieste di colpi del genere, mi perdoni se scrivo così, farebbe meglio a rivolgersi ad Harry Potter.
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10:17, 22 maggio, 2005

la sociologia' che avvalla i Dieci Comandamanti.. questi sono i discorsi che mi fanno impazzire. il massimo sono gli studi scientifici (basta andare su un qualsiasi sito cattolico con un forum dove si parli di sesso) dove dimostrano che alla fine, per un matriomonio coi fiocchi, non c'e' niente di meglio che portare la propria compagna vergine al matrimonio. "ma io ci sto assieme da 7 anni, la amo e me la sposero' quant'e' vero Iddio!" - "beh, anche in quel caso, se davvero vi amate aspettate, e poi e' scientificamente dimostrato che blabla". Mai che diceste "amico, lo dice la Chiesa Cattolica, prendere o lasciare".
utente anonimo
09:48, 22 maggio, 2005

Per il prof. De Martino.
Dato atto che, all’incirca, condivido le considerazioni che qui ha esposto, non mi è chiaro il legame con (pregresse?) discutibili ipotesi di esegesi biblica che trovo nel suo sito (se non è omonimia).
È possibile precisare?
luigipuddu

utente anonimo
07:33, 22 maggio, 2005

Caro Gianni de Martino, ho letto anche il suo secondo, lungo commento. L'ho letto tutto. Ora mi dica lei: se io fossi in disaccordo praticamente su tutto, quante righe dovrei impiegare per spiegarmi? Ho interrotto la piacevole letura di Platone, che di traffici del desiderio ne sapeva molto, per leggerLa: lo accantono definitivamente, e mi metto a replicare a certe enormità che Lei ha scritto? Non ne vale la pena. Mi perdoni se oppongo ai suoi argomenti una così sbrigativa opinione, ma non so come fare. Soprattutto, sono convinto che chi scriva così non ha la benché minima intenzione di mettere in discussione le proprie idee: la sa già lunga, lunghissima - come i suoi commenti. E poi, glielo dicevo, sto leggendo Platone, che da qualche parte detta pure qualche regola di discussione: le lunghe tirate, nei commenti, troncano la discussione, non la aiutano. Infine, guardi, di lunghi commenti ne ho scritti spesso anch'io, e anche questo per mio dletto si sta allungando un po', ma io tengo a due cose, quando mi capita: elevare contestazioni precise, circoscritte, definite; togliere di mezzo espressioni inutilmente polemiche e un po' vergognose, (tipo 'signorine fresche di laurea'). Quando le leggo, capisco che è vano discutere. Ma se anche lei è arrivato in fondo al mio commento, allora Le rivolgo una domanda, così ha modo di scrivermi un bel trattato sulla sessualità: va bene, l'omofobia è una specie di impostura, gli omosessuali sono stati costituiti (ma forse che Lei con la sua sessualità non è stato 'costituito'?), e allora metta lei le cose al loro posto, così come devono andare. Elimini cn un colpo di bacchetta magica Arcigay, sinistra intollerante e sindacalisti scaldasedie: che ne facciamo degli omosessuali? Sono discriminati o no? Come se ne parla 'non-ideologicamente'? Ecco, si eserciti, in un altro bello e lungo commento
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22:03, 20 maggio, 2005

Per azioneparallela. Il “così lungo commento” cerca di spiegare le molte cose che, a mio avviso, non vanno nel discorso sulla cosidetta “omofobia” da parte dei sinistri guardiani politici dei bisogni degli omosessuali. Gli omosessuali sono stati costituiti dal discorso psichiatrico, a partire dalla fine del 1800, in età moderna, come gruppo di soggetti tipici, indigenti, sostanzialmente diversi e separati dalle persone comuni e dalle virtù comuni. Separare gli omosessuali come gruppo di specie particolare in base all'oggetto delle loro pulsioni ( pulsioni orientate verso lo stesso sesso in maniera variamente narcisistica, fissa oppure variabile nel corso della vita ) ha comportato, tra l'altro, il sospetto che gli omosessuali godessero di più e meglio, deviando dalla innocente funzionalità del corpo e provocando negli altri, nei padri di famiglia e in quelli che si vivono come eterosessuali, sia complessi meccanismi di curiosità, di disagio, di ansia e di rivalità anche mimetica, sia quell'invidia o vero e proprio odio che in Europa, in epoca nazifascista e stalinista, ha condotto numerose persone supposte o suggerite come omosessuali manifesti nei campi si sterminio.
Il concetto post-moderno e pseudo scientifico di “omofobia”, così come la recente costituzione-invenzione degli “omofobi, ”oggi ripetono, ribaltandole come per una specie di ritorsione o di vendetta della storia, le stesse vecchie categorie del controllo medico e psichiatrico, e vengono usate da sindacalisti scaldasedie, don pirla con la kefiah e signorine fresche di laurea in psicologia per esercitare pressioni ideologiche e politiche contro il cosiddetto “ Bio-potere” affinché la “omofobia” venga riconosciuta come vera e propria malattia da inserire nei manuali diagnostici.
L'ideologia neo-gay, in Italia infeudata ai Ds e a rifondazione comunista, usa il termine “omofobia” per stigmatizzare chiunque non la pensi allo stesso modo, al punto che la realtà dell' “intolleranza”, del “pregiudizio”, della “discriminazione” e dell' “oscurantismo”che pure esistono in alcuni settori della società italiana ( la stessa che ha linciato in vita e in morte Pasolini) perdono il loro significato, per essere sostituiti da una generica “omofobia”: un termine concettualmente ampio e indistinto, utilizzato dalle associazioni omosessuali specialmente per inibire ogni riflessione critica e stigmatizzare coloro che ritengono che le omosessualità pongano un problema. Così come del resto lo pongono anche le eterosessualità. Non tanto in termini di scandalo come ancora avviene per le omosessualità, a volte in modo feroce e indegno e a volte in modo scherzoso o stupidamente perbenista italiano, medio-italiano, ma in termini di perdita del suo significato centrale, anche simbolico, per la continuazione delle generazioni e della specie tramite l'unione dell'uomo e della donna, che resta fondamentalmente bisessuale, mentre l'unione con lo stesso stesso implica configurazioni che riguardano l'incontro e il lavoro, variamente consapevole, con il doppio, e sfocia sul problema dell'amicizia. Fingere che tutto ciò sia “ovvio”, “banale” e “normale”, e non esente da delusioni, solitudini, violenze è un benevolo desiderio, una pigra ipocrisia e un tentativo populista di ridurre la sessualità a gestione ottimale del bisogni.
Quanto alla rivalità mimetica, cos'altro sarebbe questo enorme dispendio di energia profusa dal movimento Gblt per convincere l'universo mondo che il “matrimonio” è un normale diritto anche omosessuale ? Immaginato come una istituzione messa lì apposta per riconoscere tutte le coppie esistenti in società e quindi un privilegio da strappare a una presunta “aristrocrazia” eterosessuale, il “matrimonio” viene desiderato non perché effettivamente utilizzato dalla maggior parte degli omosessuali o perché in grado di risolvere i problemi insiti in una condizione che si dà come omosessuale ( per scelta o perché vittime delle circostanze ) , ma perché si pensa che sia un valore e un bene che tutti gli altri, ovvero gli eterosessuali, desiderano.
Si dà così luogo, tra le vittime del vittimismo politicamente organizzato, a uno strano desiderio di legge che – tramite una finzione giuridica, l'occultazione delle leggi del desiderio e la responsabilità dei propri guai attribuita sempre e solo agli altri, alla società “omofoba” e alle circostanze – dovrebbe risolvere tutti i problemi, le ingiustizie, la spirale delle piccole e delle grandi violenze, o semplicemente certe sfighe contro cui purtroppo non c'è rimedio nelle leggi, che il soggetto costituitosi come neo-gay spettacolare, prudente, informato e con tessera nel borsello, incontrerebbe in società e nel corso della vita corrente.
Resterebbe da spiegare come mai – proprio mentre in alcuni paesi islamisti in cui le omosessualità sono molto diffuse e sommerse gli omosessuali manifesti vengono puniti e giustiziati nei modi più barbari – in Occidente, dove c'è minore drammaticità e, si direbbe, maggiore facilità e sicurezza nell'assunzione del ruolo maschile ( meno impegnativo per la maggiore autonomia della madre), la conseguente accresciuta tolleranza nei confronti dell'omosessualità, sia di quella manifesta, sia di quella tendenzialmente esistente in ciascun maschio, invece di creare un clima più disteso, più libero e più felice per tutti, lo inasprisce ancora di più. Probabilmente ciò deriva dalle politiche oltranziste perseguite dall'Arcigay in base a una logica che è quella della vecchia idelogia desiderante all'infinito della liberazione della sessualità, strumentalizzata dai partiti della sinistra utopica che agita i gay ora come capri espiatori e ora come bandiere progressiste e falsamente libertarie. Forse l'omofobia è la proiezione verso l'estermo dell'odio di sé insito in ogni identità fissa e contratta, come resta purtroppo ancora oggi quella del giansenista dell'omosessualità e dei suoi profeti, ovvero del militante neo-gay al oltranza, in teoria portatore di un inconscio rizomatico e desiderante, che poi, alla prova dei fatti, si rivela nella maggior parte dei casi un inconscio reattivo, meschino e polipesco, passando – come per improvvisa amnesia – dalla strategia della tensione alla strategia del matrimonio, come garanzia di rispettabilità, e a quella della pensione.
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21:30, 20 maggio, 2005

Non che mi senta meglio a leggere di Testori che parla di "carnevalate" e di altre analogie con ciò che ho scritto o che ha scritto qualcun altro.
Mi sentirei meglio solo se leggessi di 'qualcuno' che psicanalizza o bacchetta Testori facendo uscire dal cilindro magico fantasmi, incongruenze, contraddizioni e quant'altro, odio compreso.
Siccome la voce di Testori non sarebbe la sola di un certo "sentire" che si è levata...
Certo, probabilmente costoro non sono attendibili e non fanno discorsi di portata universale.

;)
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21:19, 20 maggio, 2005

Mi permetto di segnalarvi il mio blogger omosessuale preferito.
No, non è Andrew Sullivan ma David Morrison.
http://davidmorrison.typepad.com/sed_contra/

Un ottimo esempio di come la condizione omosessuale non necessariamente coincida con l'ideologia gay.

AB
utente anonimo
20:49, 20 maggio, 2005

Bene,
non posso che apprezzare il civilissimo dibattito (dopo l’assordante silenzio al post su Pasolini).
Segnalo ancora quanto diceva una parte in causa, il compianto Giovanni Testori; lo si trova in
http://www.tempi.it/archivio_dett.aspx?idarchivio=8167
Ma lui aveva incontrato Cristo.
luigipuddu

utente anonimo
18:41, 20 maggio, 2005

per Paolo: la frase che ho scritto può essere fraintesa. Il soggetto "l'uomo" non si riferisce a Girard ma a "l'essere umano" in generale per rispondere a Azioneparallela che non è contraddittorio che l'uomo (anche con una essenza, se vogliamo ammetterla) possa attuare una serie di azioni o un'altra serie di azioni.
Che è quello che dice Girard: l'uomo attua il meccanismo vittimario ma può anche non attuarlo (anche se ciò risulta difficile).
ld
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#9  
18:14, 20 maggio, 2005

wxre
potresti spiegarmi meglio l'ultimo commento su R.G.?

grazie e buona domenica
Paolo
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#8  
17:52, 20 maggio, 2005

Caro Ap, hai ragione la legge della savana e l'uomo e la donna che fanno l'amore sono entrambi naturali. Il principio discriminante solitamente è un altro, ad esempio(con provocatoria approssimazione) direi la difesa della vita dell'uomo che c'è.

Per Girard: l'uomo è fatto in una determinata maniera, solo che gli pareva di averla azzeccata e invece si è accorto che poteva azzeccarla meglio (perché senza vittime di mezzo) in un altro modo.
Ci può stare, non è contraddittorio.
ld
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#7  
17:35, 20 maggio, 2005

Caro ld, volevo solo approfittare del post, in questi giorni in cui pare che se una cosa è naturale allora è buona esanta, mentre a me in linea generale (con buona e provocatoria approssimazione) pare casomai il contrario. Per il resto, su Girard: se uno mi dice com'è fatto l'uomo, e poi mi dice che però può fare anche in un'altra maniera, delle due l'una: o s'è dato il suo ex machina, oppure l'uomo non era proprio fatto così come si diceva che fosse fatto.
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#6  
17:31, 20 maggio, 2005

Caro AP,
io dico che gli omosex sono stati vittime in quanto capri espiatori. Ma che allo stesso tempo il loro comportamento è alla base del desiderio mimetico che sfocia nel meccanismo della vittima (secondo Girard). Spero che adesso tu non mi dica che io dico che se la sono cercata e che gli sta bene.
Non lo dico per il semplice motivo che la soluzione del meccanismo vittimario è falsa, una falsa soluzione, illusoria.

Non credo sia importante capire se questo desiderio mimetico sia naturale. Sta di fatto che è un processo che porta alla violenza e a una soluzione che non regge.

Ipotesi di Girard. C'è chi ha smascherato il meccanismo. C'è un modello alternativo.

Presupposti: la vita vale più della morte, la pace vale più della guerra, quello che funziona più di quello che non funziona, e (ma non obbligatorio) la verità più del falso.
ld
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#5  
16:44, 20 maggio, 2005

Caro Gianni De Martino, lei scrive un così lungo commento per spiegare quel che non va nel discorso pubblico? Devo supporre che lei ritiene che il vero problema non sia per lei se e in che misura gli omosessuali siano discriminati, ma perché parlano tanto e gli si dà tanto retta? Forse per lei non c'è più alcuna discriminazione nei confronti degli omosessuali (nelle società occidentali, intendo)?
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#4  
16:41, 20 maggio, 2005

Caro ld, non capisco: qual è il principio all'opera qui? Che quello che si trova in natura, nella natura non-umana, è buono e santo? Oppure che quello che si trova in natura, nella natura non-umana, non c'entra niente con l'uomo? O ancora che quello che si tova nella natura non-umana proprio perciò vale meno di quello che si trova solo nella natura umana? O infine che quello che si trova nella natura non-umana scegliamo se è buono e santo a seconda di come ci conviene? Confesso che non ho ben capito.
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#3  
15:56, 20 maggio, 2005

Soprattutto negli animali il mimetismo non produce nella maniera più assoluta dei vinti nella lotta al predominio sul branco che poi si organizzano come gruppo a sé e che stizzito si accoppia tra omologhi rivendicando la legittimità ad accudire prole... altrimenti assisteremo alla comparsa di frotte di leoni gay che impazzano nella savana rapinando cuccioli (perché in quanto animali non farebbero certo un'interrogazione parlamentare).

Ciao
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#2  
14:44, 20 maggio, 2005

Girard resta un genio (purtroppo sconosciuto a tanto mondo cattolico)... nonostante tenda a partire per la tangente proprio nel momento in cui interpreta con i propri canoni i miti delle altre culture.

Sulla "rivalità mimetica" mi ha aperto un mondo e questa rimane (per me) la sua intuizione più vera, che persino ha contribuito a liberarmi da alcune pesanti proiezioni nelle amicizie!

Come applicazione Girardiana nella letteratura "gggiovane", se vi capita, consiglio "Il caso Vittorio (F. Pacifico) Minimum Fax"

Paolo
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#1  
12:21, 20 maggio, 2005

“OMOFOBIA”, UN'IMPOSTURA NEO-GAY
Mentre nei paesi islamici e fra i tagliagole dalla voce dura definiti “resistenti” nei cortei dei gay pride le omosessualità sono reati contro il diritto di Allah puniti barbaramente, come in Arabia Saudita, nei territori dell'Autorità Palestinese e in Iran, con la pena di morte, in Occidente esprimere paura e disprezzo per le omosessualità e gli omosessuali in genere resta un atteggiamento intellettualmente errato ed umanamente orrendo quando, mirando in basso, tende ad avvilire e colpevolizzare un'ars amandi che sia pure minoritaria non tutti disprezzano e che può assumere per le persone coinvolte un immenso rilievo esistenziale ed emotivo; ma è assolutamente illiberale se in nome del politicamente corretto e della dittatura neo-gay o falsamente pietista e gay-friendly si ricorre al termine feticcio “omofobia” per intimidire o proibire qualsiasi riflessione critica sulle omosessualità e le sue ideologie, impedendo l'esercizio del pensiero critico, e rischiando, fra l'altro , di far dimenticare il legame profondo, a livello antropologico, tra sesso e riso. “Perché il riso – come ricordava Italo Calvino – è pure difesa della trepidazione umana di fronte alla rivelazione del sesso, è esorcismo mimetico – attraverso lo sconvolgimento minore dell'ilarità – per padroneggiare lo sconvolgimento assoluto che il rapporto sessuale può scatenare. L'atteggiamento ilare che accompagna il parlare del sesso può essere dunque inteso non solo come anticipo impaziente delle felicità sperata, ma pure come riconoscimento del limite che si sta per varcare, dell'entrata in uno spazio diverso, paradossale, ' sacro' . Oppure, semplicemente, come modestia della parola di fronte a ciò che è troppo al di là della parola, di contro alla rozza pretesa che un linguaggio sublime o serioso potrebbe avere di darne 'l'equivalente'”.
Tuttavia “dinanzi a ciò che non sappiamo, dobbiamo tacere” ci viene intimato per esempio da Delia Vaccarello dalle colonne dell'Unità, citando a sproposito il filosofo e linguista austriaco Wittgenstein. “ Se non sappiamo ciò che ha stabilito l'Oms – continua la Vaccarello - e ci arroghiamo competenze in campo medico, tacciando i gay di perversione, allora siamo omofobici, cioè abbiamo un atteggiamento persecutorio nei confronti di persone che hanno un orientamento sessuale omosex. E c'è chi dice, lanciando un'ipotesi, che forse abbiamo paura di non essere «abbastanza» eterosex. In breve: chi non sa, si informi. Se parla e parte lancia in resta sul’eurostar dei giudizi mostra una smania di offendere i gay e le lesbiche a tutti i costi. Ripartiamo dall'Oms. Se ha cancellato l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali, ora bisogna azzerarla dai modi di dire e di pensare, dai comportamenti, dalle leggi. Occorre stanarla nella cuccia nascosta che si è scavata dentro ognuno di noi. La lotta, dunque, diventa pratica politica” ( “17 maggio 2005, prima giornata contro l’omofobia” di Delia Vaccarello, da l'Unità, 12.05.2005).
La diffida rivolta agli eterosessuali a non parlare di omosessualità rivela la miseria del discorso neo-gay , oscillante fra tracotanza e vittimismo: un discorso ideologico che sotto l'apparenza della liberazione dell'omosessuale dai problemi derivanti dai suoi imperfetti abbracci, della donna dal cosiddetto ganzo e dei bambini dagli ormai obsoleti padri e madri, riduce la sessualità, ovvero la zona più delicata di molte vite, a gestione politico-ideologica dei bisogni.
Poiché chiunque, omo o eterosessuale che sia o si dica, prova una certa umana trepidazione, conscia o inconscia, all'evocazione del sesso, l’omofobia pare molto diffusa. Al punto che è fin troppo facile usare tale termine ideologicamente, agitandolo come una specie di feticcio e intrattenendo una confusione non sempre evidente tra atteggiamento e patologia. Nel rifiuto della complessità si annida, ancora una volta, la tirannia. L'amico on. Grillini, per esempio, psicologo diplomato e presidente dell'Arcigay, ritiene “ decisivo che […] si riesca a sconfiggere il pregiudizio e l’ignoranza e, soprattutto, l’omofobia, vera patologia moderna come ugualmente patologici sono il rifiuto della diversità, l’intolleranza e il razzismo” ( F. Grillini, Prefazione, in Del Favero, Palomba, Identità diverse, Roma, ed. Kappa, 1996, p. 12.). All'affermazione di Grillini in merito alla “vera patologia moderna” fa minacciosamente eco il collega G. Rossi Barilli, che scrive: “Prima o poi si dovrà riconoscere che la vera malattia non è l’omosessualità ma l’omofobia” ( G. Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Milano, Feltrinelli, 1999, p. VIII). Come fino a pochi anni fa si consideravano, a torto, malattia le omosessualità, “costruzioni-invenzioni” della modernità sulla base di una presunta scientia sexualis che ha prodotto un nuovo genere ( gli “omosessuali”, appunto, come un gruppo tipico diverso e separato dalle persone comuni, contraddistinto da una maschera fissa e contratta e una pseudoidentità definita dal sessuale per meglio respingerlo ) oggi per una specie di ritorsione e di querula vendetta della storia gli attivisti neo-gay si appropriano in maniera strumentale, politica ed ideologica delle stesse vecchie categorie del controllo medico e psichiatrico per parlare di “omofobia”, e fanno pressioni politiche affinché questo vero e proprio rodimento di culo, conscio o inconscio, venga riconosciuto come vera e propria malattia da inserire nei manuali diagnostici.







Per incorrere nel sospetto, l'accusa e – se passano le leggi proposte dalle lobby neo-gay- il crimine di omofobia basta quindi un niente: un lapsus, un'occhiata divertita al boa di struzzo indossato dal tuo capufficio, un certo disagio se un omone ti fa l'occhiolino, un vaff... detto a un rompiscatole che invece di darti una borsettata ti sbandiera sornionamente sotto gli occhi la tessera dell'Arcigay ( che è un'appendice dei Ds e di Rifondazione) e si dichiara discriminato e offeso per quel riferimento malsano che hai fatto al culo, privando il suo proprietario della serenità di usarlo a modo suo, ovvero in maniera accresciuta . Uso del quale magari tu neanche sapevi quando gli hai detto vaff..., e però avversavi, da intollerante quale sei, in maniera... inconscia.
Ai limiti del regime democratico- autoritario che vorrebbe governarci, la conseguenza fantascientifica, mascherata da avanzamento democratico e libertario, è che chiunque si interroghi criticamente sulle omosessualità e sulle poste e il significato del desiderio omosessuale e del suo tentativo di volersi mimetizzare – tramite la finzione giuridica del matrimonio indifferenziato – con l'eteresosessualità viene accusato di non accettare l'omosessualità come cosa ovvia, banale e indiscutibilmente normale, buona e santa, e viene accusato di discriminazione a danno di persone diversamente dotate, rispettabilissime e tuttavia stranamente reattive a ogni minima critica alle ideologie populiste di cui si fanno portatrici, oscillando protervamente fra vittimismo organizzato e rivendicazione di diritti speciali e leggi speciali per rendere, paradossalmente, uguale ogni differenza , attribuire sempre e comunque agli altri i problemi di vario genere psicologico e sociale insiti nell' accumulo di quelle modeste devianze che sono le omosessualità visibili e concentrate nello spettacolo, nelle pesantezze dei tesseramenti e del piccolo commercio, e nella falsa comunità gay dedita alla lotta al cosidetto “Bio-potere”, all'assalto dei privilegi - come per esempio il “matrimonio”- di una presunta “aristocrazia” eterosessuale, e stigmatizzare tutti quelli che si interrogano e criticano la volontà di imporre alla società la banalizzazione dell’esistente, e non solo delle omosessualità.
P.S.
ULTERIORI OSSERVAZIONI

Oggi numerose persone che si vivono come omosessuali vengono immesse nel circo politico-mediatico neo-gay, in una forbice in cui si tagliano i fili di molte vite. Agitati sia come vittime del vittimismo organizzato sia come bandiere falsamente progressiste e libertarie, li si arma del concetto pseudoscientifico di “omofobia” per mettere a tacere qualsiasi critica all'ideologia neo-gay; e si prospetta loro il cosiddetto “matrimonio” nel regime del re-coppia e dell'identico, come segno di uguaglianza dei diritti e di emancipazione dai pregiudizi, come se il matrimonio non fosse altro che un' un'istituzione messa lì apposta per riconoscere tutte le coppie di fatto esistenti in società.

Il matrimonio, per sua costituzione anche simbolica, resta bisessuale, e cioè unione dell'uomo della donna, mentre nella maggior parte dei casi il desiderio omosessuale si configura come un aggrapparsi, con dita incerte, al fantasma del proprio doppio ( lo stesso sesso) aureolato da un tipico sex appeal spettrale. Le omosessualità, e in particolare il mistero delle omosessualità maschili, portano il segno della continuità non delle generazioni ma di una sottocultura, e poiché sfociano sul problema dell'amicizia combinandosi con Dio sa cosa esprimono, sia pure in maniera variamente consapevole e talvolta mimeticamente distorto, il sogno di una fraternità perduta.
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