Io ho fatto solo il mio lavoro, è un discorso complesso: si parlava di atti compiuti in Iraq, durante il periodo bellico. E di azioni ai danni di militari, non di civili. Ho deciso quello che in cuor mio ritenevo giusto. Ma per questo ho subìto attacchi terribili. É stato l'anno più difficile della mia vita. Minacce, centinaia di messaggi. Provate a immaginare che cosa significhi accendere il computer la mattina e trovare mail che ti coprono di insulti. Che ti minacciano di morte. Poi lettere infilate nella mia cassetta da gente che sapeva dove abitavo. E telefonate. Alla fine mi hanno offerto la scorta. Ma ho rifiutato una questione di coerenza: non potevo accettare la protezione quando a espormi al pericolo erano state proprio le dichiarazioni e gli attacchi violenti di alcuni esponenti delle istituzioni. Perfino da ministri e parlamentari. Una sentenza di un giudice dello Stato non può essere attaccata da chi dovrebbe conoscere la legge. Ma c'è anche chi, pur di cavalcare la tigre dell'opinione pubblica, è stato disposto a calunnie e menzogne. Agli ispettori mandati dal ministro Castelli, ho dovuto spiegare tutti i motivi che mi avevano portato a decidere. Come se l'accusato, alla fine, fosse il giudice. I giudici non devono essere "processati" per quello che sentenziano. Ma ci sono stati anche esperti di diritto internazionale, che senza conoscermi mi hanno dato ragione.
Il giudice Clementina Forleo, Milano 29/11/05