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![]() Iconoclastia difensiva superficialeL'ho fatto ogni volta, ogni volta. Qualche volta per cercare di minimizzare il danno - versione personale della classica chiusura della stalla a buoi fuggiti e scomparsi già da un po' dall'orizzonte - qualche altra volta per tentare uno scatto di reni preventivo di fronte alla possibilità - alias certezza - di rovinare sull'ostacolo ormai in vista, sulla rotta di collisione e a sirene ululanti. Con la ragione quasi sempre a darmi manforte - o almeno in una posizione di sconfortata e pedante neutralità - e tutto il resto (il cuore, l'inconscio e tutte le altri parti più o meno doloranti di me) o a spernacchiarmi o a darmi dell'idiota: "tanto non ci credi neppure tu, coglione!" Oggi decido di chiamarla come ho scritto nel titolo: iconoclastia difensiva superficiale. Cioè: distruzione metodica, sistemica e totale di ogni traccia - foto, lettera, scritto, presente, eccetera eccetera - che derivasse da una storia finita male o da una mai iniziata, mai iniziabile ma comunque ampiamente distruttiva in potenza. Forma di esorcismo? Forse, ma molto debole: come pretendere di spegnere un incendio con un aspersorio pinoliforme. Forma di difesa? Sicuro, ma come prendersi a ceffoni l'uccello per evitare una sana erezione che si sa non potere che finire in una dolorosa, lagrimogena e tristissima pippa. E perchè inutile? Perchè ovviamente è inutile cancellare: tanto c'è la mia ram interna, quella mica si resetta, si fa un baffo con lo stantuffo del fatto che non ho più immagini, lettere, e-mail, sms, chat, persino oggettistica varia.
Ed ecco qui: oggi ho guidato per quasi 500 km, per finire in uno dei posti dove sono stato male quasi ogni volta che ci sono finito. La colpa è di quella monetina che la prima volta, era il novembre 1995, lanciai senza guardare e all'indietro nella fontana del giardino di Boboli. Per essere sicuro di tornarci. Beh, ha funzionato, porca miseria. Sono stato tranquillo, ho lavorato alacremente, ho discusso per sei ore di fisica con colleghi fisici - quindi una cosa che mi piace tanto fare - ho pure mangiato e bevuto bene: intanto però il mio inconscio mi riduceva le ascelle - altrimenti sempre buone e tranquille - a due spugnette grondanti e il mio colon a un bel nodo savoia. E mentre dalla finestra osservavo i colli vicini, ricordavo. Tante cose, tutte insieme: quando andavo lì per le odiate misure del dottorato, quando chiamavo da lì Madame J che amavo pazzamente e la cui mancanza era quasi fisicamente dolorosa. Infine ho ricordato delle cose mai accadute. Andate, andate laggiù a cercarla, avanti e indietro mai fatti ma pieni di emozione e di dolcezza e di curiosità e di desiderio. L'iconoclastia difensiva superficiale ha agito inesorabile anche in questo caso, senza troppi rimpianti, per una volta protettiva. Ma lei, lei che sceglie un piccolo gioiello da bigiotteria di strada sotto un sole autunnale di una città lontana, lei che nel frattempo si sposta i capelli dall'orecchio con un gesto leggero, lei che è trattenuta, come in stasi, a tratti curiosa, più spesso triste, lei resta chiarissima anche se l'iconoclastia difensiva superficiale ha cancellato ogni prova e il tempo è trascorso. E sapere che lì, da qualche parte, tutti quei ricordi sconvolgenti di eventi mai svoltisi mi stavano aspettando, insieme al ricordo di quello che è accaduto davvero, tutto ciò ha fatto sì che solo quando l'auto che stavo guidando è arrivata in prossimità della mia attuale città, soltanto allora abbia sentito che un po' di pace stava facendo ritorno: le ascelle sono tornate quasi asciutte e il nodo savoia si è allentato. E, insieme, un'onda d'infinita tristezza mi ha sospinto fino a casa. postato da: Eteriele
alle ore 01:50 | link
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argomento: viaggi, sogni, ad maiora melioraque, purtroppo rimembro ancor Effetti collaterali dell'effetto collateraleAl rientro dall'esperienza termale a Baden-Baden di cui ho scritto nel precedente post ho deciso che era giunto il momento anche per me di esercitare un minimo di controllo sull'ormai acclarata tendenza a mettere su peso. In fondo, ho pensato, mi è andata anche troppo bene: per i primi 30/35 anni della mia vita, pur in assenza del benchè minimo esercizio fisico, ho potuto mangiare tutto quello che ho desiderato e in quantità anche smodate, senza che la mia massa ne risentisse. Da qualche anno, pur accompagnando la cosa con silenziose maledizioni nel confronti del metabolismo che cambiava, la mia gola ha iniziato a far sì che la figura altina e secca che rivedo ancora nelle foto di non molti anni fa sia scomparsa lentamente. Ho fatto finta di niente per circa tre anni, alla fine ho deciso che era ora di darci un taglio. Ai primi di agosto pesavo tra gli 89 e i 90 chili. Ho acquistato un affare odioso che si chiama ellittica (una specie di cyclette che si fa in piedi, a resistenza regolabile e con due manubri per avere anche il movimento delle braccia sincronizzato con quello delle gambe). Inoltre ho dato una regolata sonora al mio regime alimentare. Entrambe le cose pesano, ma la seconda infinitamente più della prima. Le prime sedute di ellittica settata alla minima resistenza mi hanno visto terminare al massimo dieci minuti, sudato come uno scaricatore di porto turco, ansimante, la gola secca come il deserto del Gobi. Nel giro di due mesi arrivo senza più alcuna perdita di fiato a quaranta minuti a resistenza elevata. E ora peso 80 chili. Tuttavia i quaranta minuti devono essere accompagnati da qualcosa che distragga, perchè stare a fissare il display dell'odioso aggeggio è quanto di più insopportabile si possa immaginare e rischierebbe di farmi interrompere l'esercizio sfanculando lui, l'ellittica e me stesso. Inoltre la posizione eretta e il movimento connesso rendono una lettura contemporanea assai ardua. Quel che faccio nel frattempo è quindi mettermi le cuffie e guardare un dvd o qualche programma in streaming, così da evitare che dopo i primi cinque minuti non mi deflagri il sacchetto scrotale per la noia.
Tutto questo per dire che ho scaricato dalla rete una serie tv uscita l'inverno scorso e di cui - non avendo sky qui nella mansarda genovese - non potei guardare che un episodio, restandone molto incuriosito e desideroso di vedere anche il resto. Si chiama "in treatment". La serie tratta delle settimanali sedute di psicanalisi (e contorni) che un terapista americano fa con una serie di suoi pazienti nel corso della settimana, una per ogni giornata più una seduta finale del venerdì sera, dove l'analista va a esporre i suoi casi e insieme la sua complicata e parallela situazione affettivo-emotiva ad una collega, quello che gli analisti chiamano il "supervisore". Non sto ora a raccontare oltre dei temi trattati, ma solo a dire che è un lavoro fatto bene, intelligente, attento, mai banale, dove la credibilità delle situazioni messe in scena (si tratta di quei temi delicati e sottili che riguardano il profondo delle persone, i loro sentimenti e come questi siano legati alla storia affettiva di ciascuno) non è quasi per nulla sacrificata alla necessità di rendere il soggetto digeribile al pubblico e quindi inevitabilmente semplificato in una forma narrativa che sia scorrevole. C'è il fatto che da ex psicanalizzato, assistere alle sedute di in treatment mi spinge in primis a interrogarmi, pur con tutte le ovvie cautele dovute ad un confronto fiction-realtà, con quello che è stato il mio percorso d'analisi. Inoltre un paio delle situazioni trattate mi colpiscono per una banale forma d'identificazione. La prima è quella della crisi di un rapporto di coppia: delle dinamiche che la possono innescare e di come questo innesco possa essere dovuto sia al tempo che passa che al fatto che uno o entrambi dentro la coppia manifestano bisogni nuovi che l'altro non coglie o non sa più cogliere o soddisfare: qui rivedo il mio fallimento affettivo del passato, quello con Madame J, e ripenso a quello che di me quel fallimento si è portato via (per sempre?). La seconda è l'effetto di una crisi di coppia sui figli di quest'ultima e sul loro rapporto con i genitori: qui penso alla mia storia di figlio vissuto in una coppia che da un certo punto in poi, per un periodo lungo quasi un ventennio, si trovò imprigionata nella sua cronica crisi. Infine la terza è quella del rapporto affettivo che nasce tra il terapista (quel terapista) e una paziente: non parlo dei noti e stranoti transfert e controtransfert - di cui non m'importa - parlo di come l'amore tra due persone possa nascere quando si trova da un lato chi è gratificato nel caricarsi la sofferenza dell'altro, dal lato opposto la gratificazione profonda che si ha a trovare chi prende in carico la propria sofferenza. Insomma: in una parte di quel terapista rivedo una parte di me stesso, e nella sua paziente le poche donne per le quali negli ultimi sei anni, dopo il massacro perpetrato da Madame J, ho provato un trasporto mentale e erotico molto forte, ogni volta con risultati decisamente non confortanti. Come se non bastasse la (molto bella) attrice che interpreta la paziente è pure piuttosto somigliante a una di quelle donne di cui sopra, e di cui parlai in un vecchio post. Mi sussurro che forse dovrei tornare in analisi. postato da: Eteriele
alle ore 02:25 | link
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argomento: film, sogni, ad maiora melioraque, purtroppo rimembro ancor La silenziosa nudità di FriedrichsbadL'inizio delle vacanze agostane mi ha visto passare un paio di giorni in una località termale storicamente famosa. Si tratta di Baden-Baden, cittadina che si trova quasi al margine nord-occidentale della Schwarzwald. A B-B ci sono due stabilimenti termali. Il primo si chiama Friedrichsbad, ed è quello storico, risale intorno al 1880. Il secondo invece è recente, si chiama "terme di Caracalla" ed è una mostruosità architettonica e commerciale che con le terme in realtà ha poco a che fare: è una trovata da fitness industriale, l'enorme edificio che lo ospita sembra una specie di declinazione dello stile Las Vegas in salsa teutonica. Le terme di Caracalla - nelle quali sono rimasto un paio d'ore per fuggirne quasi alla ricerca di un esorcista - sono frequentate da una moltitudine di disgraziati dalle età e provenienze più varie (si andava da germaniche adolescenti adiposette a ragazze dell'est dagli occhi di colori mai visti e in evidente ricerca di compagnia, fino a reduci americani di colore con stampelle supplenti di arti perduti e famiglie al seguito). Lo stabilimento di Friedrichsbad è invece molto più raccolto, meno frequentato e grandemente fascinoso: non gli è stato aggiunto praticamente nulla, rispetto al passato, ed entrarci è come fare un salto indietro di più d'un secolo. Friedrichsbad ha mantenuto il suo fascino perchè è rimasto com'era nelle intenzioni di chi l'ha costruito, che sono intenzioni che devono unire una forma di relax ad una esperienza curativa: al suo interno ci si muove seguendo un persorso preciso in cui si susseguono docce, saune secche, saune umide, massaggio con spazzola e sapone, infine le diverse vasche in marmo che contengono acqua a temperatura via via decrescente e che culminano nella più grande, centrale e sovrastata dalla monumentale cupola in vetro colorato.
C'è un aspetto molto semplice ed immediato che svela immediatamente come la filosofia che anima i due stabilimenti sia del tutto diversa: alle terme di Caracalla si sta in costume, c'è folla e chiasso, a Friedrichsbad, dall'inzio alla fine, si deve restare completamente nudi, ci si muove o in silenzio o si parla poco e a bassa voce. La questione della nudità è molto ben specificata e chiarita all'ingresso: in caso si tema che il pudore possa esser d'ostacolo, è meglio lasciar perdere Friedrichsbad. Sapevo che era così prima di decidere di andarci, e la cosa non mi spaventava e neppure suonava strana. Levati tutti i vestiti, è stato leggermente imbarazzante solo per i primi due minuti, e solo la prima volta. Dopo pochissimo ci s'accorge che la nudità è la condizione naturale di tutti, tranne che degli inservienti, tutti in divisa di cotone bianca, e l'imbarazzo scompare. Senonchè c'è un altro aspetto che m'ha molto colpito e m'ha reso ancora più fascinoso e surreale il percorso di Friedrichsbad. La logica che lo anima fa sì che l'età media di chi lo frequenta sia abbastanza superiore alla mia e l'ospite (che in quel luogo diventa quasi un paziente) cerchi una forma di relax meditativo e insieme inquadrato dal rigore curativo esarcebato dal portato storico del luogo: quindi niente famigliole chiassose, adolescenti cellulare-dotati, sciùre pettegole o single in cerca. In passato non saprei dire se quest'ultima caratteristica invece non gli appartenesse, ma sono ragionevolmente portato a credere che i meccanismi d'incontro e seduzione dell'epoca attuale poco si attaglino al clima mentale che regna dopo poco in chi decide d'immergersi nei vapori e nelle acque di Friedrichsbad. L'età media elevata dei silenziosi compagni di percorso termale fa anche sì che nei loro corpi, nei loro corpi nudi che entrano ed escono con calma dai bagni e dalle saune ottocentesche, si possano osservare i segni cattivi del tempo. A differenza però di quanto accade nello stabilimento moderno e industriale, a Friedrichsbad non si entra per nascondere quei segni (col costume ma prima ancora col chiasso e in quella strana forma di semiannullamento dell'io che immergersi nella ressa genera), ma in fondo per prenderne atto, coscienza, trovare con essi un equilibrio cercando di lenirne gli effetti. Gli scroti non di rado penzolanti come sacche fino a metà coscia e oltre, i seni cadenti, la pelle che ha ormai ceduto ed è secca, rugosa, talvolta macchiata, le pance rigonfie e financo cascanti, il respiro roco e affannato del tempo trascorso e della vita alle spalle è una parte - non tutta, sia chiaro - di quello che si osserva nel percorso di Friedrichsbad e che la nudità comune e obbligata garantisce a tutti di poter osservare in silenzio, mentre spinge a riflettere chi lo desideri su come condurre uno stile di vita che cerchi di rallentare il loro inevitabile incedere. Le CinqueCon la capacità di lettura che segna lo stato mentale ormai cronico che m'appartiene (quattro righe/die la notte prima di addormentarmi, rilette tre volte e dimenticate la mattina successiva) sto cercando di consumare un libercolo divulgativo dal pomposo titolo: "le cinque equazioni che hanno cambiato il mondo". L'autore è tale Michael Guillen, fisico divulgatore americano (forse un po' troppo divulgatore e un po' troppo poco fisico, ma è solo questione di gusti). Ho attaccato da quella (equazione) di cui mi capita di discutere più spesso, anche se "discutere" non è il termine più corretto. E' la seconda legge della termodinamica, il perno su cui ruotano quasi tutte le lezioni che faccio ogni anno ai miei cinquanta studenti e principale e inesauribile sorgente di cazzate agli esami. A onor del vero - per quanto il mio studente quadratico medio abbia difficoltà a fare 1 diviso 0.5 e si caghi sportivamente nelle mutande quando un segno di integrale appare al suo terrificante orizzonte - il principio entropico è una legge tosta: si può enunciarla in modo quasi semplice, ma spiegarne il significato profondo non è semplice per nulla. Tuttavia Guillen la introduce così: il capitolo inizia con la descrizione della morte, durante il parto, della moglie di Clausius, uno dei due fisici che enunciarono il secondo principio. Guillen era evidentemente presente e capì che mentre Frau Clausius se ne andava al creatore, nella zucca del disperato marito scoccava la scintilla della scoperta della legge: la colpa di tutto era di quella zoccola dell'entropia.
Quindi ora la suspense mi stringe lo stomaco: cosa avrà usato Guillen per introdurre gli altri capitoli (gravitazione universale, induzione elettromagnetica, E=mc2 e equazione di Bernoulli)? Già tremo. Anche se con i miei ritmi di lettura attuali ci arriverò probabilmente nel 2015. Brividi d'estateScritto nel giugno 2005.
----- E' successo stasera... Che strano che sia capitato nella notte più breve dell'anno. Mi ripromettevo di starmene in solitudine, di concludere la mia serata in pace con i miei soli abituali pensieri, con quei miei compagni ossessivi, con quelle domande a cui ho già dato cento volte la risposta, ed è sempre quella, ma non so perché sono domande insaziabili: probabilmente di trovar risposta non importa loro nulla, devo trovare un altro modo per saziarle. Ma è capitato proprio qui sotto il mio balcone, ed io ero seduto e aspettavo il sonno leggendo alla luce nient'affatto fioca del lampione. Accarezzavo ogni tanto la biancheria stesa, ormai quasi completamente asciutta, come in un leggero riflesso. Loro non m'hanno visto, e dopo un po' ho iniziato a respirare piano, a voltare le pagine del libro con crescente lentezza. Lei era alta, i capelli chiari, direi slanciata, quando le intravedo noto le mani chiare, belle ma il suo viso posso solo immaginarlo perché era appoggiata al muretto impergolato di fiori della vicina del piano di sotto, che confina con la strada. Lui potevo vederlo appena, ma non ne saprei descrivere il volto. Solo i capelli un po' radi, leggermente brizzolati, una voce bassa, tranquilla. Non erano abbracciati, almeno se non in pochi momenti, ma lui la cingeva ugualmente, appoggiandosi con le mani ai lati delle sue spalle, in modo da formare quasi una sorta di piccolo recinto di braccia, e le parlava piano tenendo la testa un po' inclinata in avanti. E la prima frase che m'ha fatto alzare la testa dalle pagine dove Erendira seguiva la sua nonna snaturata è stata di lui, con quel tono tranquillo, forse anche divertito. La frase è stata: non me ne importa nulla. Non voglio stare con te, mi basta questo. E ne sono anche stupito, non m'era mai capitato così. Silenzio. Il curioso caso di Benjamin ButtonE' il riadattamento di un racconto di F. Scott-Fitzgerald che finisce sullo schermo a firma di David Fincher.
E' una storia sottilmente angosciante sull'eterna e campale condanna umana all'assistere e subire lo scorrere del tempo, del tempo che passa anche quando il suo flusso avanza in verso contrario: un neonato che nasce con i tratti patologici tipici di un ultraottantenne e crescendo ringiovanisce, fino a morire sì nella demenza senile, ma di nuovo neonato nel corpo, e questa volta neonato vero. Per Benjamin, che fa esperienza dell'esistenza come ogni altro essere umano che cresce e evolve, c'è un problema in più: dato che il suo nastro biologico si riavvolge, per lui non c'è alcuna possibilità di evoluzione parallela a quella di nessun altro, è condannato - sapendo di esserlo - ad un solo incrocio temporaneo: chiunque lui ami, sia affetto erotico o affetto e basta, il suo interlocutore invecchierà mentre Benjamin ringiovanirà. E quindi, da un certo punto in poi, la differenza di età diventerà ostacolo insormontabile alla prosecuzione del rapporto. Tuttavia è in realtà silenziosamente sconvolgente la comparazione che la storia immediatamente suggerisce di fare con un rapporto segnato da un tempo che scorra nello stesso verso: nulla assicura che, pure in questa normalità, il rapporto non sia che fugace, temporaneo e destinato alla corruzione e alla fine. Il film in sè non offre grandi prove da parte di nessuno - a parte quelle, indubbie, degli abili truccatori - e va piuttosto peggiorando in banalità con lo scorrere delle sue quasi tre ore di durata. C'è la prestanza, sfruttata in maniera un po' caricaturale ma dall'esito infine banale, di Brad Pitt. Il fascino a tratti etereo, a tratti carnale, di Cate Blanchett. C'è il cameo della bravissima - come al solito - Tilda Swinton, indimenticata protagonista del geniale e raffinato "Orlando" di Sally Potter. Ma la storia resta intrigante e non è del tutto pessima l'idea della coprotagonista che la racconta alla figlia dal suo letto di malata terminale: mentre lei spende le ultime energie per lottare contro il male che internamente la devasta e contro la morfina che l'obnubila, subito all'esterno di quella stanza d'ospedale la tempesta muove verso New Orleans: è l'uragano Katrina che sta arrivando. Eluana, che ti sia lieve la terraE ora silenzio.
Nera Schiena del Tempo
E come questa rappresentazione - un edificio senza fondamenta - così l’immenso globo della terra, con le sue torri ammantate di nubi, le sue ricche magioni, i sacri templi e tutto quello che vi si contiene è destinato al suo dissolvimento; e al pari di quell’incorporea scena che abbiam visto dissolversi poc’anzi, non lascerà di sé nessuna traccia. Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
W. Shakespeare, La Tempesta, atto IV, scena prima
Non so perchè io ci pensi sempre più spesso, probabilmente il tempo che scorre mi costringe a pensare a lui. Si tratta della fine che può arrivare sempre, della semplice brevità della morte e di come cancelli in un istante tutto ciò che è stato: la lunga crescita, l'evoluzione, la comprensione di sè, delle persone e delle cose, che nella maggioranza dei casi non si è mai neppure lontanamente intravista, o pure ha solo fatto capolino dietro una breve fessura dell'esistenza, uno spiffero di chiarezza che quasi sempre si spegne prima che la forma vera sia solo brevemente comprensibile.
Non so perchè ci pensi, ma prima incrociavo le persone, guardavo i visi, soprattutto quelli degli sconosciuti, e mi chiedevo cosa portassero con sè, che cosa contenesse la loro memoria, su cosa si basassero le loro ripulse e gli entusiasmi, quali fossero le sconfitte patite e le vittorie ottenute. E, soprattutto per le donne i cui visi mi catturavano e catturano, come facessero l'amore e cosa intravedessero in quel momento. Non che abbia smesso di chiedermelo, ma la frustrazione per l'inaccessibilità dell'infinito e complesso mistero che ognuno porta con sè - che sia uno sconosciuto o un conosciuto il suo mistero non cambia che di colore e intensità - quella frustrazione cede ogni giorno il passo, per un millimetro di più, ad una scivolosa rassegnazione. La rassegnazione non è per il fatto che non potrò mai sapere davvero nulla, e quel pochissimo che saprò probabilmente non lo capirò, neppure se si tratta di me stesso. No, è più sottile, pervasiva, compatta: anche se potessi sapere degli altri quello che si nasconde dietro i loro visi, e gli occhi e le bocche, il modo di camminare, di muovere le mani, di guardare o di non guardare, se potessi leggere nelle persone che incrocio, incrocio che pure nella maggioranza dei casi si verificherà per quella sola volta nella vita, tutto questo sarebbe comunque perso per sempre quando non sarò più. Quindi anche quello che faccio, e come decido di farlo, le persone che amerò, quelle che respingerò, tutto sarà stato vano, resterà solo una traccia mutevole nella memoria di pochi, per poi scomparire presto con loro. Quando fiancheggio un cimitero mi chiedo cosa resti di tutti quelli le cui spoglie ora temporaneamente vi risiedono, e mi scopro a dirmi che nulla, non resta che quel nome sulla lapide, due date e poi, dopo un po', neppure quello. Questa storia si ripete all'infinito, da quando un uomo ha capito che il suo destino e quello di tutti gli altri è la non esistenza: è questo che più mi fa pensare e mi convince che ci si dovrebbe rifiutare di generare altri esseri umani, per non doverli far lottare con questa insopportabile angoscia, la prospettiva del nulla, senza poter trovare nessuna risposta che non siano le condizionate e indimostrabili promesse di una qualsiasi religione. E quest'inevitabile prospettiva, che non so perchè ogni giorno mi sembra più reale, vicina, possibile, scolora senza pietà tutto quello che faccio e vedo fare. Alla fine del gioco sarà una lapide e poi neppure più quella. FrancobolliOra mi è definitivamente chiaro: non ho capito i segni evidenti di un grande amore. Avrei dovuto non dico assecondarlo, ma almeno farmi ordinatamente da parte. L'amore, quello vero, funziona così: non c'è storia e neppure ci sono cazzi.
Non c'entra il tempo, non gli impegni presi, le parole pronunciate, i baci spesi, gli amplessi consumati, i viaggi più o meno condivisi. L'amore, quello vero, spazza tutto, non ha pietà e neppure riguardo. Da qualche settimana su facebook sono comparse delle immagini, formato francobollo, in cui Madame appare accanto all'amore della sua vita - quello vero, quello per cui ha sfracellato e mentito, nel tempo che fu - ora padre del suo pargolo (o pargola). E poi - condensato in un paio di pixel - c'è pure il pargolo/a. No, era destino. Era scritto che andasse così. Dietro ogni grande traguardo - come la nascita di un nuovo essere umano - ci sono sacrifici, sconfitte, batoste. In questo caso particolare - ma è un caso - di qualcun altro, ma il fato è il fato e quando va così, non c'è storia e non ci sono cazzi. E poi c'era la France, l'immortale, charmant exagone e la sua indubbia forza attrattiva, più la capacità repulsiva del sottoscritto e del paese di residenza, infine la schiacciante insopportabilità delle scelte fatte insieme. Ho una timida eco, ma ormai è lontana e quasi inintellegibile, che mi sussurra di un rapporto solo platonico e pronuncia stanche e incerte promesse d'amore. Ora ci sono quei pixel, quei pochi pixel, dove compare un pupetto (o pupetta) scaturito da quella platonica relazione, prova vivente - ma davvero vivente e respirante e piangente - che si può dire qualsiasi cosa e fare l'esatto contrario. Le mie fantasie, e speranze e fiducie non valevano un soldo bucato: le destin est le destin, come i francobollini di facebook mi ricordano, ho veduto la potenza dell'amore dispiegarsi e agire. Non c'è storia e neppure ci sono cazzi. PS: ...e se invece si fosse trattato di uno dei tanti scherzi di quel figlio di zoccola del caso? Un paese mummificato nel peggioMentre il quarantasettenne nero progressista Barack Obama diventa presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton suo ministro degli esteri, a casa nostra la mummietta nana, asina, liftata e con la fedina penale lunga come un Rotolone Regina che fa il primo ministro dichiara: "l'Italia è il Paese che amo", "siamo quelli del '94", "i comunisti sono sempre gli stessi", "le nostre idee non hanno bisogno di cambiare". E' dura dirlo, ma è vero: per molti aspetti ha ragione. Siamo quelli del '94, ma anche dell''84 quando elegemmo Craxi, degli anni settanta con andreotti e Cossiga, dei sessanta con Fanfani, dei '50 con Scelba e Tambroni. Ed è vero che le idee (diciamo così...) della mummia e della sua banda di zozzoni non hanno bisogno di cambiare: gliele ha scritte Gelli negli anni settanta e sono attualissime, mai passate di moda, e nel solco di una ventennale tradizione (1921-1943).
Intanto gli avversari si suicidano in preda a convulsioni di ogni genere, tra miserabili lotte intestine per amministrare il nulla che è loro rimasto e riesumazioni sinistre come quella del povero Zavoli, che manco Dracula sotto trip avrebbe avuto il coraggio di proporre. Alla faccia del partito nuovo: va a picco per la presidenza della commissione parlamentare di vigilanza ma non spende una parola sulla vicenda di Eluana Englaro e sui relativi deliri di Ruini, Bagnasco e compagnia. Ok, è chiaro: siamo una nazione istericamente e prepotentemente votata al declino, dove tutti - ma proprio tutti - lavorano indefessamente per questa raggiungibilissima, o forse già raggiunta, meta. Avanti: basta poco e ce l'abbiamo fatta: W la libertà e abbasso i comunisti, rovina della nazione! PS: Comunque in tutte le cose c'è un lato comico: il titolo di Repubblica "Addio a Forza Italia, ora c'è il PdL" non l'avrebbero pensato manco quelli di Cuore... |