martedì, 12 aprile 2005

GIUSEPPE CARUSO - CHI HA UCCISO SILVIO BERLUSCONI
(Ponte alle Grazie, pp 246)
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GIUSEPPE CARUSO - CHI HA UCCISO SILVIO BERLUSCONI
(Ponte alle Grazie, pp 246)
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ROCCO CARBONE - LIBERA I MIEI NEMICI
(Mondadori, pp 232)
Lorenzo è un uomo solo. Sarebbe anche un uomo triste se non fosse per la sua propensione all'aiuto, che lo porta sia ad occuparsi, con risultati alterni, del fratello tossicodipendente, sia a tenere un corso di letteratura nel carcere femminile della sua città. In seguito alla lettura di un libro si prenderà a cuore la situazione di Lucia, un'ex terrorista detenuta in quella prigione da più di vent'anni nella sezione di massima sicurezza. Convincendola prima a frequentare il suo corso, poi a chiedere un giorno di permesso per una gita al mare, le farà riacquistare la voglia di vivere e di costruirsi un futuro in semilibertà. I due hanno tanti ricordi in comune, sono figli della stessa città e della stessa epoca. Un'epoca violenta, in cui bisognava scegliere da che parte stare e in cui non sempre una ragazzina del liceo poteva essere sicura di tornare a casa viva. Ma perché Lorenzo ha sentito il bisogno di entrare in contatto con Lucia? La spiegazione è tutta una terribile mattina di vent'anni addietro.
Gli Anni di Piombo si stanno allontanando, e dopo il cinema (vedi Buongiorno, Notte!) anche la letteratura sta cominciando ad assorbirli. Aveva spianato la strada Villalta, l'anno scorso, raccontando i tormenti del figlio abbandonato di una brigatista, e ora anche Carbone ci racconta una storia che mostra le ripercussioni di quell'epoca di armi e di lotte sul presente. E ce lo racconta benissimo, in uno straordinario romanzo pieno di dolore e dignità, che mostra un uomo e una donna, per motivi diversi, incancellabilmente segnati da ferite che non si sono ancora cicatrizzate e probabilmente non lo saranno mai
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LEE TULLOCH - FAVOLOSE NULLITA'
(Baldini Castoldi Dalai, pp 330)
“Madre Teresa non potrebbe entrare qui a meno che non facesse qualcosa per i capelli”
Phoebe mi ha detto che non crede nel tulle. Io credo che la gente abbia bisogno di credere in qualcosa. Penso che tutte le mie amiche che dicono che non c’è più niente in cui credere tranne la minigonna, si sbaglino. Ci sono un sacco di altre cose. La dignità è una. E’ importante.
Le ragazze dovrebbero sempre essere di un ordine impeccabile, con la manicure alla francese, se è possibile. E la modestia. Se qualcuno ti dice che sei favolosa, bisognerebbe sempre rispondere “Oh, grazie”. C’è la carità, anche. Controllo sempre gli attaccapanni alle vendite dell’Esercito della Salvezza per vedere se c’è qualche vestito che mi stia."
Lo scopo della vita di Reality Nirvana Tuttle è quello di diventare una persona ritenuta da tutti favolosa, ovvero una che conosce i locali giusti, la fente giusta e i vestiti giusti. E' già sulla buona strada, dal momento che fa la selezionatrice alla porta di un locale a Manhattan, depositaria del potere assoluto di decretare chi è in e chi è out. Ma tutto ciò non le basta: vuole che la sua fama venga eternata grazie a un articolo del più celebre cronista mondano. E cercherà di raggiungere questo nobile scopo aprendo un locale molto esclusivo. Nel suo microappartamento.
In America è stato pubblicato nell '89. In Italia è stato riscoperto solo ora, ma risulta talmente attuale da far quasi impressione. Il mondo frivolo della New York anni '80 ha molto in comune con l'Italia di oggi, perlomeno una certa italia cher si vede nelle pubblicità o si legge in riviste come Cosmopolitan, o nelle teste (vuote) di molte ragazze.
Reality è una protagonista originale e molto ben tratteggiata. All'inizio può dare fastidio, dal momento che si pone come una sciocca ragazzina che pensa solo ai locali e ai vestiti. Poi inizia a fare tenerezza, con quel suo modo di rivolgersi a ogni singolo abito come se fosse un individuo con tanto di nome e personalità: si capisce che, in confronto agli squali da cui è circondata, amici compresi, i vestiti sono gli interlocutori più "umani" che può avere. Alla fine, si scopre che è una ragazza molto sensibile e con una serie di principi da far impallidire una catechista, solo, su questioni differenti.
Forse questo romanzo non sarà un capolavoro: ogni tanto la scrittura lascia a desiderare, e l'argomento è quello che è. Ma è una parodia incisiva e divertente, è molto piacevole da leggere e, cosa che non guasta, è un concentato di battute fenomenali, ottime per infarcire una conversazione brillante. Mi sembra abbastanza.
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SIMONETTA AGNELLO HORNBY, LA ZIA MARCHESA
(Feltrinelli, pp 322)
Il racconto polifonico dell'esistenza di Costanza Safamita, nata in Sicilia a metà dell'Ottocento da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Amatissima dal padre, rifiutata dalla madre, cresce nelle stanze della servitù, diversa da tutti per i capelli rossi e il rango sociale. Nominata unica ereditiera per volontà paterna, si ritroverà ad affrontare la mondanità Palermitana e una vita matrimoniale deludente, sempre sull'orlo del baratro, un po' come il mondo in cui vive.
La storia di Costanza, baronessina prima e marchesa poi, è bella e coinvolgente: in alcuni punti si fatica a staccarsi dal libro. Ma ci sono troppi personaggi, troppe lungaggini, troppi dialettismi che, ohimé, per i non siculi rendono il testo poco leggibile. Più che l'immenso Gattopardo, questo romanzo mi ha ricordato l'atmosfera e parecchi tratti de "la lunga vita di Marianna Ucria" della Maraini, pure che non m'era piaciuto. E sì che amo le storie di famiglia.
Probabilmente, visto quanto avevo amato La mennulara, opera precedente della Horby, avevo aspettative troppo alte. Era difficile, del resto, mantenersi ai livelli di un esordio così felice. Ma qualcosa di più si poteva anche fare.
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ANDREA VITALI, UN AMORE DI ZITELLA
(Garzanti, pp 116)
Bellano, Anni '60. Iole, dattilografa presso il Comune, è la zitella per eccellenza del paese. La sua vita è triste come le tazze di caffellatte con cui cena da sola e le sue uniche distrazioni sono le chiacchierate con una collega sulla prostata del segretario coumunale o i mille pettegolezzi che girano di casa in casa. Ma persino la timida e sciapa Iole nasconde un segreto. Un segreto di nome Dante.
No, no e no. Caro Dottor Vitali, "Una finestra vistalago" era un capolavoro. "La signorina Tecla Manzi" aveva una dignità. Ma questo raccontino del '96, scialbo come la protagonista, è stato palesemente ripubblicato in fretta e furia per mere esigenze editoriali. Potevi almeno sistemarlo un po': la seconda parte, dall'entrata in scena del fantomatico Dante in poi, fa acqua da tutte le parti. Intendiamoci, le caratteristiche fondamentali della tua scrittura ci sono tutte: le stradine di Bellano, le beghe quotidiane, i personaggi di contorno, la scorrevolezza fluida di ogni pagina. Solo che di solito questi elementi erano funzionali a una narrazione. Non possono diventare la narrazione stessa!
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BIANCA PITZORNO - LA BAMBINAIA FRANCESE
(Mondadori, pp 497)
Sophie ha solo otto anni quando, nel 1832, la sua mamma muore di tisi nella soffitta umida in cui vivono. Parrebbe destinata all'ospizio, ma grazie a un colpo di fortuna viene immediatamente adottata da una ballerina dell'Opera bella e gentile che ha bisogno di qualcuno per accudire la figlia Adèle. In casa sua Sophie farà amicizia con un ragazzino nero proveniente dalle Antille e avrà la possibilità di frequentare con altri bambini le lezioni di un vecchio marchese illuminista. Tutto sembra andare per il meglio, ma una serie di sfortunati eventi sposterà la vicenda in Inghilterra, in una grande villa triste e vuota dispersa nella brughiera. L'istitutrice di Adèle sarà una certa signorina Jane Eyre. Ci sarà da fidarsi di lei?
Bianca Pitzorno, la più grande autrice per bambini che abbiamo, si era già cimentata due volte, con ottimi risultati, nel romanzo storico: nel più didascalico "Con la carovana di Alessandro" ci aveva portati a seguire il Macedone in capo al mondo e ne "La bambina col falcone" ci aveva trasportati in un affresco molto particolareggiato dell'Italia di Federico II. La "Bambinaia francese" segna un passo avanti in questo percorso, perché è molto più di un semplice romanzo storico: è una parodia dei feuilleton ottocenteschi, con tanto di coup de theatre a ogni fine capitolo, e nella seconda parte diventa un'originale riscrittura di Jane Eyre.
Ormai la letteratura per ragazzi (che si sta facendo sempre più crossover, con pubblicazioni che piacciono in egual misura agli adulti),nella dominante serialità degli Harry Potter, delle Valentine, dei Piccoli Brividi e Geronimi Stilton di turno, sì è, appiattita. Anzi, peggio: ha perso gran parte dell'originario potere evocativo, del trasmettere curiosità, dell'invogliare il lettore ad avvicinarsi ad altri mondi, dell'appassionarsi al altre storie, ad altri libri, ad eventi solo accennati tra quelle pagine. Sanno solo rinchiudere la fantasia del lettore in mondi chiusi, immaginari e completamente autoreferenziali, tanto è vero che, dopo aver chiuso il libro, il lettore ha solo fame di un'altra puntata della serie o di una storia simile con personaggi fatti con lo stampino. La Pitzorno, coraggiosamente, esce da questo meccanismo, creando un gioiello emozionante, divertente, e soprattutto, aperto a un'infinità di mondi. Senza accorgersene, ci si ritrova ad assorbire un sacco di informazioni e curiosità sulla vita e la cultura dell'Ottocento inglese e francese, sulla conquista della Antille, sull'Illuminismo, su Jane Eyre... e viene solo voglia di saperne di più.
Cinquecento pagine che passano in un soffio. Io le ho lette in due giorni, e nella notte in mezzo quasi non sono riuscita a chiudere occhio dalla curiosità di sapere come andasse avanti. Strepitosa lettura per tutti, dai dieci ai novantanove anni.
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CHIARA VALENTINI, LA FECONDAZIONE PROIBITA
(Feltrinelli, pp 187)
Vent'anni di fecondazione in provetta finalmente sintetizzati in un saggio. La prima parte traccia una storia esauriente della fecondazione assistita in Italia e nel mondo, spiega le varie tecniche che si utilizzano e guarda con occhio critico sia la giungla di medici esibizionisti che hanno spesso usato le pazienti come cavie solo per fare notizia, sia le troppe restrizioni della legge attuale. La seconda parte, invece, è un viaggio nel cuore del "popolo della provetta", con interviste a genitori, aspiranti genitori, medici, comitati e portatori di malattie genetiche.
Avevamo bisogno di un libro così agile e puntuale su un argomento su cui non si discute ancora abbastanza e si sa ancora meno. Certo, la Valentini ha una sua tesi, ha le sue idee, e non evita certo di esprimerle. Eppure, leggendo finalmente le storie di chi è passato per questo calvario, anziché le solite opinioni di vescovi, politici, attori, passanti e femministe, è quasi impossibile non schierarsi dalla loro parte.
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SALVATORE MANNUZZU - LE FATE DELL'INVERNO
(Einaudi, pp 237)
Franz Quai, giudice in pensione lacerato dai ricordi, da tempo è disturbato da un rumore, come se un bambino stesse giocando a palla contro i muri della vecchia casa in cui vive. Peccato che ormai da molti anni, salvo la piissima governante e il fratello ubriacone, il palazzo, in seguito a lutti e abbandoni, sia completamente deserto. Per capire le ragioni di quel rumore Franz inizia a guardarsi dentro, ripercorrendo, tra spensieratezze e dolori, gli attimi più intensi della vita sua e di chi ha amato.
Misura. Non c'è definizione migliore per quest'opera. La vicenda, con una moglie suicida, un figlio scomparso prematuramente, una nipote allontanata e una tresca quasi incestuosa, scritta da un'altra persona sarebbe facilmente scivolata nel patetico, con scene da "Un posto al sole". Scritta da qualcun altro più cialtrone, seguendo i generi del momento, sarebbe diventata un thriller o al massimo un noir pseudoraffinato. Mannuzzu, invece, resta sempre impettito sull'asse di equilibrio, senza ammiccare e senza commuovere, riuscendo a trasmetterci qualcosa di importante sulla vecchiaia, la solitudine, la difficoltà nei rapporti e soprattutto i rimpianti che possono soffocare il cuore di un vecchio.
Peccato solo una piccola caduta nel penultimo o terzultimo capitolo: certi riferimenti alla storia recente, in un racconto così estemporaneo si potevano anche evitare. Ma gliela perdoniamo. Ce ne vorrebbeo di più, di autori così profondi e poco televisivi!
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AMELIE NOTHOMB - ANTICHRISTA
(Voland, pp 117)
Blance a diciassette anni già frequenta l'università. E una ragazza prodigio, ma timida e asociale. Un giorno rimane folgorata da Christa, una sua coetanea bella e interessante, divenendo disposta a tutto pur di guadagnarne l'amicizia. Più che di amicizia, si tratterà fin da subito d'un rapporto vittima-carnefice, che porterà Blance a essere rifiutata dalla sua famiglia e da chiunque altro a vantaggio dell'amica. La perfezione di Christa nasconde però un lato oscuro, e sarà scoprendone le radici che Blance potrà recuperare il posto che le spetta. Ma siamo proprio sicuri che abbia vinto?
Un anno fa ho inaugurato questo blog con una recensione del "Le Catilinare": mi sembra giusto offrire un altro omaggio alla Nothomb a distanza di dodici mesi, tanto più che questo romanzo è quasi ai livelli di quello."Antichrista" è un capolavoro del grottesco, in cui con la consueta scrittura sulfurea la Nothomb mette a nudo gli eccessi sado-masochistici a cui può giungere un rapporto tra adolescenti. Si ride tantissimo, ma è un riso amaro da tenere soffocato in gola, soprattutto nelle parti in cui i genitori-caricatura di Blance adottano Christa come figlia loro. Perfettamente equilibrato è il ribaltarsi delle carte in tavola, che porta la vicenda su un tono sempre più parodistico, per poi innalzarsi in un finale denso di simbologie bibliche.
Di più non posso dire, perché come in molti romanzi simili è impossibile fare commenti senza rovinare qualche sorpresa al lettore. Va comunque benissimo per cominciare una profucua carriera come lettori di Amelie Nothomb. Basta poi inserire nel curriculum anche "Mercurio", le "Catilinarie" che ho citato più sopra, "Cosmetica del nemico" e "Libri da ardere".
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Lo so, lo so. E' un po' malconcio. E' impaginato da cani. Mancano dei link.
Entro mezzanotte sistemerò tutto.
Ma intanto, dopo 3 mesi di silenzio forzato dovuto a un blocco di Splinder, la mia creatura è tornata on line!
Un anno di sogni e di impressioni su migliaia di pagine di carta stampata non è andato sprecato.

MASSIMO LOLLI - VOLEVO SOLO DORMIRLE ADDOSSO
(Limina, pp 171)
Marco pressi è il giovane responsabile del personale di una multinazionale. Un giorno dall'alto gli viene lanciata una sorta di sfida: o licenzierà un terzo dei dipendenti in 3 mesi, ottenendo così promozione e benefit, o verrà licenziato. Sullo sfondo, poi, scorrono anche le vicende private di Marco: ha una casa disordinatissima, una sorella cui non telefona mai, una bellezza africana come amichetta, una fidanzata allegra e vitale che lo lascia dopo un mese perché trascurata.
E' pazzesco come un romanzo sul lavoro scritto alcuni anni fa, prima dell'euro, dell 11 settembre e della crisi, possa risultare così attuale. Grottesco ma non troppo: è una situazione che potrebbe verificarsi davvero. Esilarante nella caratterizzazione di Pressi (che un po' tutti chiamano per cognome), nel descrivere le sue idee e i suoi piani d'azione sempre concepiti in linguaggio bocconiano. E' lui la vera e propria vittima, proprio lui che ha il potere su 90 dipendenti. Scenderà sempre più giù nella scaletta del degrado umano, e al lettore non è dato sapere se si riprenderà. Ne' se gli sarebbe utile riprendersi, dal momento che il mondo, perlmeno lavorativo, sembra oramai escludere ogni dote di umanità.
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ANDREA KERBAKER,
DIECIMILA. AUTOBIOGRAFIA DI UN LIBRO
TRENTATRE' E 1\3. AUTOBIOGRAFIA DI UN DISCO
SETTANTA. AUTOBIOGRAFIA DI UN FILM
(Frassinelli, pp 88, 120, 110)
Un libro, un disco, un film sono molto di più di un oggetto. Andrea Kerbaker decide di mettersi, per una volta, nei loro panni, dando vita a questi piccoli, personalissimi viaggi nel mondo del cinema, della musica, della letteratura. Ogni disco, libro o dvd, infatti, non è solo ma intreccia rapporti indiretti col proprietario (il quale viene osservato con grande attenzione) e coi suoi simili, ognuno dotato di una personalità conforme a ciò che contiene (i film d'azione, ad esempio, sono spacconi e sbrigativi, i classici del muto nostalgici, un po' brontoloni, e così via...).
Questi libriccini carinissimi e molto curati sono l'ideale come regalo di natale all'amico cinefilo, lettore accanito o amante del rock anni '60-'70. Vi ringrazierà.
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CARMINE ABATE, LA FESTA DEL RITORNO
(Mondadori, pp 161)
E' una sera d'inverno, in un paesino calabro di lingua albanese. Davanti a un falò si intrecciano le voci di un padre, costretto a trascorrere molti mesi lontano dalla famiglia per lavorare lassù in Francia, al freddo , e quella di suo figlio bambino, che racconta la sua infanzia senza padre, tra la natura rigogliosa e felice d'un paese che conosce a menadito. Man mano che la narrazione prosegue scopriranno di essere uniti da un segreto che riguarda la figlia maggiore.
Felice, è la parola che viene spontanea pensando a questo romanzo. Felicissimo l'occhio dell'infanzia, utilizzato qui forse addirittura meglio che in Io non ho paura di Ammaniti. Mirabile la descrizione indiretta del paesino, luogo locus amenus della nostalgia per uno e del presente per l'altro, e allo stesso tempo inseme di tradizioni e linguaggi che rischiano di scomparire per sempre. Straordinari i personaggi, cane Spertina compreso.
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STEFANO LORENZETTO, TIPI ITALIANI. VENTICINQUE VITE FUORI DALL'ORDINARIO
(Marsilio, pp 303)
Stefano Lorenzetto, che da cinque anni gestisce sul Giornale una rubrica di interviste, pubblica qui le sue preferite. Sono ritratti di personaggi minori, non noti al grande pubblico, eppure che si distinguono o si sono distinti per imprese di vario tipo: dal cameriere di Hitler alla nipote di Garibaldi, dal folle sindaco di un paesino della Sila all'eremita che vive in una caverna nei pressi di Roma, dal presidente dell'associazione pro-eutanasia all'attivista contro i trapianti, dalla paraplegica che ha posato per un calendario di sensibilizzazione all'unico sopravvissuto del Sonderkommando di Auschwitz.
E' davvero un maestro dell'intervista, Lorenzetto, dotato delle due doti fondamentali per svolgere questo lavoro: curiosità e umanità. A tutti riesce a dedicare la stessa attenzione, di tutti riesce a cogliere la particolarità. Riesce a scandagliare a fondo gli animi senza essere mai troppo provocatorio. Anche gli intervistati sono molto ben scelti, ognuno col suo bagaglio di esperienza e interessi. Ti aprono a nuovi mondi che mai avresti immaginato.
E allora, cosa c'è che non va? Perché non me la sento di promuovere questa buona raccolta a pieni voti? Proprio perché una raccolta. Il difetto è che queste interviste, queste storie così forti, messe una dopo l'altra perdono di impatto, di forza. Le domande appaiono tutte simili, le risposte snervanti e annedotiche, i personaggi macchiette di se stessi. Queste perle, incastonate una dopo l'altra, formano una collana pesante, che stanca la vista e non permette di distinguerle, di apprezzarne la pruezza e l'unicità.
Meglio assaporarle sul quotidiano la domenica, metabolizzandole con calma nel corso della settimana. E se non ve la sentite di dar soldi alla direzione del Giornale, leggete il libro con la stessa modalità.
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CARLO CASSOLA, UNA RELAZIONE
(Einaudi, pp 146)
Toscana, tardi anni '30. Mario, a caccia di distrazioni extraconiugali decide di cercare Giovanna, una ragazza considerata "facile" con cui si era divertito anni prima. Lei è cambiata, più matura, più sfortunata, più sofferente della propria condizione. Tra loro due si instaura per qualche mese un legame affettivo, destinato a svanire quando lui verrà richiamato alle armi.
La forza di Cassola sta nella sua capacità di raccontare storie minime, possibili, quotidiane, mostrando una grandissima capacità di penetrazione nella psicologia dei personaggi. Dolcissima è la figura di Giovanna, spaccato dell'Italia che fu: 24enne già vecchia e sfatta, priva di buone prospettive di lavoro, considerata facile perché si è concessa a più di un ragazzo, "da giovane" (a 19 anni!) e quindi impossibilitata a sposarsi. Tutto ciò che la vita le può offrire, per avere un minimo di rispetto e affetto, è una relazione con un uomo sposato, e lei vi si butta con consapevolezza, sempre vergognosa della propria condizione ma allo stesso tempo facendo pesare il meno possibile le sue sofferenze e i suoi timori.
Non è amore quello che si crea tra Mario e Giovanna, perlomeno, non è uno diquei grandi amori da romanzo, che fanno perdere la testa e dimenticare tutto: per lei è un bisogno d'affetto, per lui una volontà di possesso, una boccata d'aria fresca. E' una storia come possono essercene tante nella vita di tutti i giorni, raccontata divinamente.
Un piccolo gioiello. Non ho visto il film (L'amore ritrovato), ma i capelli della Samsa, neri e folti, al contrario di quelli stopposi e mal ossigenati di Giovanna, e alcuni articoli che ho letto sulla brutta attualizzazione del personaggio, passato da vittima di un mondo bigotto a donna indipendente e spregiudicata, amante per scelta, me ne fanno sconsigliare la visione.
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